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venerdì 26 aprile 2013

Una carezza ai vostri bambini

E' il 25 aprile a Milano, in una bella giornata di sole, finalmente. Gente tanta, non tantissima. Si respira il bisogno di esserci, senza esternare rabbia o delusione. Per un giorno prevale la voglia di ritrovarsi coi propri simili, lasciando a casa la frustrazione delle vicende romane.
Mafalda è alla sua prima manifestazione, incuriosita da Laura Boldrini che l'ha entusiasmata una sera dalla Gruber.
Ci inseriamo nel corteo a metà, non molto lontani dalle guglie del Duomo. A un certo punto passiamo non lontano da un capannello da cui spuntano diverse bandiere di Sel, sicuramente stanno attorno a Vendola, che è un po' bassino e non si vede. Ci avviciniamo, infatti Nichi è lì. La mia amica Viola, l'unica tra noi piddini che l'ha votato, si entusiasma e ci sospinge verso il capannello.
Mafalda è timida e si vergogna, ma quando Nichi le è proprio vicino, lei lo guarda, con quel suo sguardo vergognoso da sotto in su, che è quello che ci ha stregato quando l'abbiamo conosciuta. Lui la guarda, esprime con gli occhi qualcosa che assomiglia all'affetto. Tutti gli stringono la mano e lo incoraggiano a proseguire il suo progetto per la sinistra."Meno male che ci sei tu!"
Più tardi, in piazza del Duomo, i discorsi sono finiti e la piazza si scioglie. Ci ritroviamo di nuovo nei paraggi di Nichi. Finisce che ci imbattiamo ancora nel suo drappello e Mafalda incrocia nuovamente il suo sguardo. Lui la supera, poi si ricorda, si gira, le punta addosso l'indice e le dice "Ti ho riconosciuto!". Le passa la mano sulla guancia e la risaluta, "Ciao!".
Mafalda ha la ridarella e si ritrae, mentre noi grandi, molto divertiti, ci beiamo dalla bella persona che è Nichi Vendola e che traspare da questo piccolo gesto.

lunedì 9 luglio 2012

Bambini e condomini

A Milano i bambini per un'assurda ordinanza della polizia municipale non possono giocare negli spazi condominiali. Ora per fortuna la giunta Pisapia, nel tentativo di mettere un po' d'ordine all'universo metropolitano, sballato negli ultimi, troppi, anni cerca di far approvare una modifica per far tornare i bambini nei cortili. E di far prevalere, una volta tanto, i loro interessi su quelli degli adulti e degli anziani, infastiditi dai loro rumori "molesti".
Io sono cresciuta in un meraviglioso cortilone di case popolari, palazzoni cresciuti in armonioso caos architettonico di stampo staliniano, tipico delle case delle cooperative edilizie di quegli anni. Io e gli altri baby boomers scendevamo seguendo scrupolosamente gli orari da regolamento, senza il bisogno di chiedere il permesso a nessuno, tanto era il cortile la naturale prosecuzione della casa. Un veloce mamma, scendo, ed eravamo già giù, senza nemmeno attendere l'ovvio assenso.
Ogni angolo, ogni cantina, ogni androne era nostro. Epiche partite di palla spagnola, o di guardie e ladri o sparviero. Poi, da grandicelli, ci furono le olimpiadi e i giri d'Italia in bici, con una cartolina fissata al telaio con una molletta che sbattendo nei raggi dava l'illusione di avere un motore sotto il sedere. O il pavimento in lisce piastrelle di gres rosso, sotto quello che chiamavamo il portico, rumorosissimo per le signore del primo piano ma ottimo per scivolare coi pattini a rotelle.
Poi, dopo averci lasciato godere fino all'ultimo minuto di quegli interminabili pomeriggi estivi, arrivava la mitica sciura Maria che battendo due volte le mani urlava "..diamo", che stava per andiamo.
La ritirata era accettata di buon grado e l'indomani sarebbe stato un altro giorno.
Non ricordo compiti delle vacanze, non ricordo televisione antinoia, niente trekking organizzati o centri estivi. Sì, c'era l'oratorio, ma il cortile era molto meglio.
Anzi la noia, almeno guardandola retrospettivamente, era una componente essenziale dell'estate. Quando tutti erano in vacanza, in agosto (io andavo via in luglio) ero sola e mi dovevo arrabattare per passare i pomeriggi, libri, bicicletta, qualche rara puntata nelle piscine comunali. 
Ora i ragazzi li organizziamo, li intruppiamo, li spediamo all'estero per costosissime vacanze-studio (a undici anni una settimana in Inghilterra 2000 euri!!!). Anche quando siamo al mare o in montagna abbiamo bisogno dell'animazione a base di baby dance.
Può darsi che mi sbagli, ma mi pare che strutturando anche il loro tempo libero, nel terrore che si possano annoiare, finiamo per ingabbiarli, al punto che forse, anche avendo un cortile a disposizione, alcuni non saprebbero che farne. Esagero? Forse, ma ho visto bambini persi in casa d'altri, durante le inevitabili feste di compleanno, perché non avevano a disposizione il loro diesse, ma solo dei compagni con cui giocare.
Certo tutto questo sui giardini condominiali ha un effetto molto meno nefasto delle partite di pallone. Per la felicità di tante persone. Del resto, si sa, anche per questo viviamo in un paese per vecchi.

venerdì 15 giugno 2012

Tu chiamale se vuoi... emozioni

Vi ricordate Heather Parisi quando si attaccava al tram con la gamba? Ecco io mi sono sentita un po' la vecchia Heather stamattina, cicale a parte.
Emotion 6, si chiama la macchina e non posso fare a meno di pensare a come può sentirsi qualcuno che si sottopone ai suoi raggi per sapere cosa ha e per andare a fondo o per scacciare le sue paure. Sì, forse è emotion anche quella.
Avranno pensato a questo i progettisti della Siemens?
Comunque, resto lì in mutande e con la gamba per aria, peraltro nemmeno ben depilata, sul lettino che va avanti e indietro, il tecnico scorbutico che mi rimbrotta se aggiusto la posizione del calcagno di un millimetro, mi sento in imbarazzo.
Qualche mese fa avevo fatto una risonanza magnetica e mi ero addormentata al ronzio monotono della macchina, per poi scoprire che il ginocchio è sanissimo. Ma poiché continuava a farmi male, qualcosa di storto ci doveva essere. Così un medico fisiatra, persona tra le più odiose mai incontrate, mi ha prescritto una tac.
Emotion 6 ha emesso il suo verdetto
... sfumata ipodensità a livello del corpo-corno senza franche lesioni a tutto spessore.
... Modica quota di versamento libero articolare che si raccoglie nello sfondato sovrarotuleo...
Sclerosi della faccetta laterale della rotula, espressione di iniziale sofferenza subcondrale.

Queste le frasi meno oscure.

Mi fa sempre impressione quando incontro un linguaggio specialistico che non comprendo.
Ora, in Italia c'è gente che non sa compilare un bollettino postale, e questo è inaccettabile (ma a scuola cosa insegnano?)
Però, quante persone si trovano nell'incapacità di leggere un referto medico? Non potrebbero accompagnarlo da una traduzione in volgare? "Signora, non si preoccupi, alla sua età un po' di artrosi al ginocchio è normale" oppure "Mi spiace dirle che un pezzo della sua rotula è da buttare".
Giusto per non sentirti un'idiota quando leggi e non capisci un tubo di qualcosa che ti riguarda così direttamente. Ed è solo un ginocchio...
Poi per i dettagli specialistici ti rivolgi al tuo medico.
Tra il costo delle diagnosi (una tac al ginocchio, da euri 31, dopo una risonanza magnetica, da euri 66 e una visita dallo specialista, da euri 35) e l'impenetrabilità dei linguaggi, mi sono fatta l'idea che la sanità pubblica non è amichevole da alcun punto di vista. Quante persone ne restano escluse? Quanti si sentono intimoriti nel varcare le soglie di un ambulatorio o nell'affrontare il tecnico di radiologia impaziente o il medico altezzoso?
Eppure da utente della sanità della Lombardia formigoniana non ho molto, finora e per fortuna mia, da eccepire. Il servizio è il più delle volte efficiente e le strutture buone (sulle politiche generali e gli scandali ovviamente il discorso non vale ).
Però, santodio, un po' più di umanità non sarebbe compresa nel (salatissimo) ticket?

martedì 22 maggio 2012

Domenica bestiale

Dimentico sempre la macchina fotografica nelle ricorrenze familiari importanti. Peccato, la comunione della nipote e l'immancabile sfilata delle maghe del leopardato su trampoli borchiuti meritavano qualche foto sul sagrato della chiesa, che immortalasse il cattivo gusto imperante di questa ricca provincia. Al ridente borgo valligiano ultimamente si sale per andare a messa, ce n'è sempre una, si recuperano anni e anni di messe perdute. Cresime, anniversari, comunioni, chi più ne ha... Per trovare posto sulle strette panche nella freddissima chiesetta in cima al paese si arriva anche con largo anticipo e, qualsiasi sia la stagione, durante la lunga attesa il freddo entra nelle ossa. Il primo shock è costituito dalla visione della nipote più grande: armata di tacchi si atteggia a signorina navigata e doppia in altezza la moretta, che così sembra ancora più piccola. L'ultima volta, a Natale, era una normale ragazzina, un po' goffa, semplice e un po' riservata. Ora sfoggia un miniabito nero, sbracciato, indossato per fortuna su pantaloni, che celano le lunghe gambe da fenicottero. I capelli piastrati d'ordinanza, le unghie pittate e il mascara completano il travestimento. Ondeggia pericolosamente e ridicolmente sui tacchi, cercando di mettere a punto una camminata decente. In chiesa è la solita parata di teste mechate, di tagli audaci e appena ritoccati. Mentre cerco di ovviare la noia e le parole insulse del prete (che per la cronaca non accenna minimamente a quanto è accaduto solo due giorni prima a Brindisi) mi guardo attorno e penso che in questo ridente borgo la falda acquifera sarà inquinata dalla abnorme quantità di diluenti riversati nei lavandini dei parrucchieri, che qui ogni sabato sono presi d'assalto. Le bambine sono altrettanto acconciate, treccine, nastri, fiori, boccoli e mollettine. Faccio la solita gaffe con la suocera, osservando che, cosa pregevole a mio parere, la nostra piccola comunicanda è l'unica a non sfoggiare assurde pettinature, non essendo chiaramente andata dal parrucchiere. Come no, fa lei con rammarico, è andata ma le si sono subito disfatti i boccoli. Come non detto. Osservo un tipo che, tornando al suo posto dopo la comunione, rivela il sopracciglio accuratamente disegnato e depilato. Mi chiedo come possano non cogliere lo stridente controsenso: una così totale dedizione alle cure esteriori come si concilia con la semplicità che in questo luogo dovrebbe regnare? La nostra faticosa domenica prosegue con pranzo ottimo e abbondante, seguito da sosta per altri dolci e bibite, biglietto e foto ricordo. Si replica fra un mese. Stavolta con foto.

lunedì 16 aprile 2012

Sindrome da rientro

Di solito, quando torno da una capitale europea resto con la piva per qualche giorno e sono peggio disposta verso le piccole idiozie che incontro sulla via. Ma Berlino, oltre a una sorta di ammirazione, la solita che nutro verso il teutonico in genere, mi ha lasciato anche una scia di benevolenza verso il mondo. Sono inoltro contenta perché sto andando a un seminario interessante sulla lettura all'epoca dei nativi digitali. Il vagone della metropolitana è vuoto e io non ho nulla da leggere, attendo storie su cui sintonizzarmi per il breve tempo del viaggio. Salgono tre signorine sui 25 anni, agghindate secondo la moda del mese, vale a dire stivali di stoffa e borchie, giubbino di finta pelle stropicciata, foulardone e occhiali, unghie arabescate e smarfon d'ordinanza. Io le studio, mi piace osservare i giovani, per cogliere le differenze o per rivedere la ragazza che ero. Le tre sono vivaci e la conversazione è animata, si parla dell'amica a Londra, della grigliatina da organizzare con gli amici, di problemi col capo, dell'ultima puntata di non so quale reality e infine di un appuntamento da prendere: "Ciao Vero, allora? Lettino e capelli? Occhei, lettino e capelli. Va bene, lettino e capelli, sì dai, ho capito, ciao ciao. Sì, lettino e capelli." Evapora lo stato di beatitudine. Mi consolo pensando che anche se le conversazioni berlinesi fossero di questo calibro, io non le capirei. Quindi posso crogiolarmi nell'illusione che all'estero tutto sembra migliore solo perché non si conosce la lingua.