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martedì 22 ottobre 2013

Urca

Da quando la figliola ha cambiato scuola (già ha cambiato scuola, insegnanti e compagni), tutto è più fumoso e inquietante e solo il fatto di essere seppellita dalle lagnanze di genitori, bidelli, preside e colleghi nella mia scuola, mi impedisce di dirottare l'ansia verso le sorti della terza media di Mafalda.
Solo che oggi, quando mi ha detto al telefono che una sua compagna è incinta di sette mesi, ci è mancato poco che un frontale la rendesse orfana di madre.
Oggi Sciaron, la futura nonna di anni 33, ha comunicato alla prof di lettere che per qualche mese Ylenia non verrà a scuola perché, essendo che deve partorire fra due mesi, preferiscono tenerla a casa.
Due chilometri più in là, pare di aver cambiato continente. E non solo perché alla riunione di classe avevo di fianco la signora col burka e dietro quella con un variopinto abito e una specie di ananas in testa, cosa per altro che sarebbe interessante se le signore parlassero italiano. Ma anche perchè la tipologia degli alunni viaggia a distanze abissali. Mafalda ci si trova a suo agio e io sono contenta, il suo livello di italiano qui è quasi nella media e questo giova alla sua autostima.
Certo però che le diversità rispetto al vecchio contesto riguardano anche questi aspetti più delicati, altro che educazione all'affettività.
Occhi aperti e orecchie tese!

domenica 20 gennaio 2013

Legge... durerà?

Il mio regalo di Natale è stato un e-reader, un bel coso bianco che ha un nome che sembra quello di una scimmia ma che è l'anagramma di book. Consegnatomi da Mafalda facente funzione del babbo infermo, non ha mai visto il mio comodino.  Subito mi ha chiesto se poteva tenerlo per un po', si è fatta dare dal papà la versione digitale del libro che doveva leggere per le vacanze (Io e te, di Ammanniti), si è spaparanzata e fino a metà libro non si è schiodata dal divano.
Potenza digitale!
Non sentendola sbuffare o brontolare per così tanto tempo, cosa che in questi ultimi mesi è davvero inconsueta, mi affacciavo di tanto in tanto per vedere dove fosse. Ed era sempre lì, assorta nella lettura. Si interrompeva solo per dire "Hai visto? Sto leggendo!", oppure "Mi piace!". Entusiasta mi ha mostrato la funzione "dizionario", fondamentale per lei, che deve ancora conoscere tantissimi vocaboli, perché le rende la vita di lettrice enormemente meno faticosa, quindi più piacevole.
L'educazione di Mafalda alla lettura è un tarlo che ci rode fin dall'inizio. Quando è arrivata era una tabula rasa, una pagina senza storie, lette o vissute. Un mondo interiore da costruire, una tela di parole da imparare, di esperienze da fare, di storie da immaginare.
Poiché i bambini apprendono per imitazione, vederci sempre alle prese coi libri l'ha portata ad avvicinarsi a loro, prima come oggetti da possedere poi, sempre più spesso, come compagni con cui intrattenersi.
Ricordo le ore in biblioteca, tra gli scaffali dedicati ai piccoli per trovare i libri adatti a una bambina grande, che tanto grande non era e che non conosceva l'italiano. E ricordo la conquista del primo libro letto fino alla fine, dopo lo scoramento di tanti abbandonati, era della serie di Valentina. Poi il primo libro più e più volte riletto, raccontato e citato, una storia di adozione.
E i tentativi di avvicinarla ad autori e testi di valore. Perché hai voglia a dire "l'importante è che legga", ma al quinto episodio delle Cipolline vorresti che facesse un passo avanti.
Le esortazioni alla lettura, con la paura di ottenere l'effetto contrario, pile di volumi che la mandano in confusione perché ne inizia tre e non sa sceglierne uno per volta, la sottrazione dei libri ritenuti inutili o stupidi. E la nostra insistenza che veniva premiata con lunghi momenti di finta lettura, più o meno simulati, per compiacerci. Quanti errori avremo fatto...
E' vero che lettori non si nasce, si diventa. Ma prima si comincia meglio è e più facilmente la lettura diventa un'abitudine. Non so se lei ha iniziato tardi, nove anni, ma se è vero che per un bambino abbandonato l'arrivo in famiglia è come una seconda nascita, allora si può dire che il suo inizio è stato precoce.
E comunque la sua passione è ancora ondivaga, passano giorni senza che si ricordi della lettura come passatempo, mentre questo per la televisione certo non accade.
Però è bello osservarla assorta e sempre meglio organizzata, con segnalibri e liste. In coda: Rasmus il vagabondo della Lindgren, Bambina affittasi di Jaqueline Wilson, e altre storie di adozione. Vedremo se il Kobo continuerà a esercitare il suo fascino.

sabato 6 ottobre 2012

Eight days a week

Il titolo è solo un omaggio, vista la ricorrenza in questi giorni dell'uscita del primo singolo dei favolosi quattro.
In effetti un ottavo giorno mi farebbe comodo, per recuperare quello che non riesco a fare nei sette che ho a disposizione.
Marò, che settimana.
Inizia sabato con la riunione di classe coi genitori. Visti loro, si capiscono un sacco di cose. Parlo per mezz'ora illustrando ciò che è da illustrare, con la sensazione che siano solo i colleghi ad ascoltare. Tra le mamme, solo un paio prendono appunti, almeno per segnarsi alcune date importanti.
Poi domenica, è il compleanno della sister e la famiglia si è accordata per il pranzo festivo, con pasticcini per l'occasione.
Inganno l'attesa stirando. Suona il telefono, è mia zia che dice che il babbo si è sentito male in chiesa. Sono sola in casa con Mafalda perché Technoco è fuori  a rinverdire la sua passione per la bici.
Panico, il cellulare è scarico, vago ancora in pigiama per alcuni minuti senza saper decidere cosa fare. Sento le campane suonare a festa, la messa è finita. Immagino mio padre là, steso. Alla fine chiamo la sister e ci mettiamo d'accordo per raggiungere la chiesa. Arriviamo e c'è un capannello di persone attorno a mio padre, in fondo alla navata, steso per terra. C'è il nostro medico e anche il prete. Un luogo ideale dove sentirsi male, la chiesa. Mia madre pare tranquilla, parla col dottore, il pericolo sembra scampato.
Lui è pallido ma è cosciente, mi riconosce subito e dice che stiamo esagerando, che non è successo niente. Niente una cippa.
Aspettiamo l'ambulanza che arriva, con ritardo, ma arriva.
Un amico, mentre lo rimettono in piedi lo incoraggia dicendogli che non è ancora ora di andare: el signur el vor no.
Intorno l'aria è elettrica, i bambini rientrano in chiesa a messa finita, dov'è il morto? dicono.
Siamo sempre allerta col babbo, dato che le sue magagne cardiache sono di lunga data.
Ma anche stavolta è andata.
Il ricovero però è necessario per fare alcuni controlli. I tre giorni successivi sono a incastro, tra l'ospedale, la scuola, gli impegni di Mafalda triplicati, visite cliniche anche per lei, palestra, colloqui.
Perdo i pezzi. Mi affido alla memoria, oppure ad appunti su un'agendina, che però non guardo mai. Così dimentico il colloquio con la prof di sostegno della Mafi, la riunione del comitato genitori, da genitore e, peggio di tutto, il cibo del gatto.

In tutto questo, il pof, il pei, i dsa, il gas, acronimi impazziti e pensieri spiaggiati, ansia sospesa.


sabato 15 settembre 2012

Impressioni di settembre

Sabato, un tranquillo pranzo di fine estate. Con la fame e la soddisfazione del post piscina, consumiamo un frugale pasto, il cielo e l'aria fuori sono tersi, alla radio Annie Lennox canta e Zorba ci sorveglia dall'alto della mensola, la zampa penzoloni e  con la sua bellezza corona la perfezione di questo momento.

La scuola è all'inizio e permette di godere ancora un po' di scampoli di leggerezza estiva.
Io a Mafalda conversiamo tranquille del suo ingresso nella squadra di pallavolo, delle paralimpiadi, che lei ha seguito con passione, e della domenica senz'auto che si prospetta ricca di iniziative.
Siamo sole nella cucina immersa in questa bella luce chiara, gusto la lieve felicità domestica, ma c'è la sensazione nuova e deliziosa della complicità e della vicinanza con una figlia che diventa grande a poco a poco.

Poi, a ricordarmi che ancora tanto grande non è, attacca Settembre andiamo è tempo di migrare... che ricorda ancora dalla quarta elementare, filando liscia su i fonti alpestri, i cuori esuli a conforto, i tratturi e la verga d'avellano. Qualsiasi cosa queste parole vogliano dire.
Alla fine della terza strofa inizia un po' a rallentare con l'erbal fiume silente e il tremolar della marina e si inceppa sulla quarta, che è atroce: lungh'esso il litoral cammina la greggia...  isciacquìo, calpestìo, dolci romori sono ostacoli insormontabili.
Ma il finale è trionfale: Ah! Perché non son io co' miei pastori?
Son soddisfazioni.

mercoledì 12 settembre 2012

Il testacoda del genitore-insegnante

Ieri ero più mamma che prof.
Sebbene, come prevedevo, Mafalda sia in forma smagliante e di ottimo umore da lunedì, cioè da quando è rientrata in classe, io sto con le antenne ritte a captare i suoi sottili e passeggeri cali di umore per vedere se sono da attribuire a qualche stramberia di qualcuna delle sue prof. Ad esempio quella delle 71 espressioni, con sovraccarico studiato appositamente per lei, più l'intero capitolo di scienze sulla CELLULA! Seguirà verifica. Ad alunna diversamente abile.
E, sarà che è anche il mio mestiere, o che sono mamma di ragazzina con sostegno, ma sono più allucinata e critica delle altre mamme.
A me pare inaccettabile che venga assegnato per le vacanze un capitolo da studiare, senza primo averlo adeguatamente affrontato in classe, per poi dare una valutazione.
Cosa e come valuti? In cosa consiste il tuo lavoro di insegnante? Si dirà che non c'è tempo per fare tutto quello che si dovrebbe e simile repertorio. Siamo alle solite, quello che c'è da fare. Alle medie eh, non al liceo scientifico, quello che c'è da fare è accumulare conoscenze su conoscenze, per giunta mediamente inappropriate a quell'età. Ora, io non sono contraria alla cellula in sé (a parte che io l'avevo studiata al ginnasio con quel livello di approfondimento), ma credo che lo studio delle discipline sia strumentale all'apprendimento delle abilità e non rivolto all'acquisizione di nozioni.
Per cui, se io mi faccio il mazzo a studiare scienze fin dalle medie, poi saprò farmi il mazzo a studiare anche dopo. In teoria.
Nella pratica il risultato è quello di allontanare i ragazzi da una materia che è fatta di osservazione, sperimentazione, e anche divertimento e gioco a quell'età.
E' un po' come quando fai leggere ai ragazzi la vergine cuccia (o i Promessi Sposi, come si spiega con molto buonsenso qui) e pretendi che si innamorino della lettura e della letteratura. Giuro, Caracollega li ammorbava in terza media con Parini. Vite rovinate.
Comunque, attendo verifica su mitocondri e apparato di Golgi. Mi sono fatta un ripasso, ricordavo solo le amebe.
Resta il fatto che quelli che noi chiamiamo "alunni in difficoltà" o hanno il genitore che si fa carico di lui, o qualcun altro in sua vece, o si arrangiano.

Oggi sono tornata al cento per cento prof.
Pertanto, alla consueta mini-cerimonia di raduno e smistamento dei ragazzi nelle prime mi guardo in giro per scorgere tra i genitori gli eventuali rompiscatole con secondi/terzi figli.
Suor Terry, cerimoniera e cerimoniosa con il solito discorso istituzionale, sempre un po' lungo, procede all'appello. I nomi sono sempre più stravaganti e le mamme, ancora in versione estiva, sempre più tatuate.
Mi stupisco negli ultimi anni di quanto si sia ingigantita la portata di avvenimenti sì importanti, come il primo giorno di scuola media, ma che non avremmo certo catalogato qualche anno fa come degno di essere ripreso. Papà e mamme armati di cellulari si affollano attorno alla massa di ragazzini impauriti, più attenti alla qualità dell'inquadratura che all'emozione e all'ansia dei figli via via chiamati dalla preside.
Quando la chiama si è compiuta e Suor Terry mi affida la nuova nidiata, sono emozionata e dimentico la presentazione che mi è stata fatta ieri di questa classe, composta in buona parte da ragazzi problematici.
Li porto in classe e li osservo a uno a uno. Pare una classe di settimini, tanto sono piccoli.
I buoni propositi fatti con la Collega Gentile - dobbiamo essere stronze fin dal primo giorno, per non finire come con la Terza dannata - perdono senso. L'incontro coi piccini non offre occasioni di fare la parte dei cerberi e loro sembrano pendere dalle nostre labbra. Anche se, dopo non molto, qualche sbadiglio spunta qua e là.
Si sa il primo giorno, con la paura del salto nel vuoto e le timidezze da primini, è presto dimenticato e qualche faccetta furba qua e là mi dice che sono già in agguato.
Vedremo.


venerdì 31 agosto 2012

Oggi legge

- Mamma, poi finiamo i compiti di inglese?

- Mamma, sono quasi arrivata alla fine. Mi piace proprio questo libro.

- ?!

- Mamma, mi compri le Pringles?

Ah, ecco ero già un po' preoccupata.

sabato 25 agosto 2012

Non ci sono più le estati di una volta

Tra pochi giorni inizierà il countdown. La luce in fondo al tunnel, per citare il governo, è qui: lunedì l'altro si ricomincia.
Mi godo gli ultimi giorni di afa insopportabile, con Mafalda che si scorna - ancora - sui compiti delle vacanze, Zorba perennemente spiattellato sul pavimento alla ricerca di una mattonella fresca, ma rigorosamente in mezzo ai piedi, il marito che torna dall'ufficio con l'aria sfatta di chi utilizza in agosto i mezzi pubblici, i vicini che rientrano dalla villeggiatura e ricominciano il loro vociare e i loro soffritti antelucani.
Le foglie della betulla di fronte a casa sono ancora quasi immobili, mosse solo ogni tanto da un refolo estemporaneo, questo Lucifero se ne sta andando, dicono, ma io ancora lo patisco.
Tutta colpa dell'anticiclone delle Azzore ,che non si fa più vedere da queste parti. Io le Azzorre so che esistono per via dell'anticiclone e per il fatto che una mia conoscente ci ha fatto il viaggio di nozze, probabilmente incuriosita dall'anticiclone.

Allontano il pensiero della montagna di roba da stirare che non ho ancora smaltito e i pensieri di fine estate arrivano a sprazzi: il bilancio e i buoni propositi di settembre. La vacanza, i libri letti, i progressi mancati di Mafalda, le piante del balcone mezze morte, la dieta e la piscina, l'esigenza di riconnettersi con l'informazione tenuta lontana per qualche settimana, l'inizio della scuola imminente con una nuova classe da conoscere, qualche piccolo evento settembrino a cui collaborare, l'ineluttabile campagna elettorale alle porte.
Mi prende un po' d'ansia, l'ansia del ricominciare, che da qualche anno - me ne  rendo conto ora - è più carica di preoccupazioni che di ottimismo.
Guardo la finestra e vedo che la tenda dolcemente si gonfia, sollevandosi alla brezza, finalmente. Forse pioverà.
Mi arriva il richiamo urgente di Mafalda che mi dice di guardare la pagina dell'economia del Corriere della Sera. Sì, pioverà di sicuro.

lunedì 2 luglio 2012

Cerco l'estate tutto l'anno

Finita la scuola, archiviati gli esami (meglio del previsto), finiti gli ultimi impicci burocratici (la cosa più stupida, che lascio sempre per ultima: barrare le pagine vuote dei registri...).
Uno pensa che finalmente sia arrivata la libertà e invece piano piano è il vuoto che si dilata e prende posto.
Le cose da fare ci sono, poche e rade. Tremila pezzi di parmigiano da consegnare a chi li ha ordinati per un gesto di solidarietà con le zone terremotate, una finale degli europei che va come deve andare. Una tenda da montare per vedere se ci sono tutti i pezzi, ma le vacanze sono ancora lontane.
Insomma le giornate sono da riempire, dato che il ritmo di lettura non è ancora ancora a livello.
Dopo un po' di anni, mi tocca il luglio nella metropoli e, devo dire, non è un granché. Andando via, fino allo scorso anno, notavo tutti gli eventi dell'estate milanese e mi rammaricavo di non poterci andare perché costretta a far su e giù per le valli. Quest'anno invece che le valli me le sogno, gli eventi non ci sono.

Di buono c'è che ho preso il giro dell'acquagym. Se guardo la cosa con distacco, mi fa un po' impressione: la sera con un gruppo di attempate ciccione mi ritrovo a sciaguattare con alterno vigore al ritmo di musiche inascoltabili.
Mi chiedo perché, visto che l'acquagynm è una pratica diffusa soprattutto fra signore di una certa età, questi giovani istruttori non scelgano musiche più consone, invece del micidiale cocktail di house, trance e musicaccia del genere.

La domenica della finale dell'Italia mi alzo stanca dopo un'altra notte insonne a causa dell'afa. Ma resta qualche energia per inscenare una specie di rito cannibalesco: della serie gli spagnoli oggi ce li mangiamo e ce li beviamo. Preparo una paella, un po' taroccata, per tutta la famiglia e una sangria per la partita della sera.
Inutile dire che la pratica esorcistica non ha funzionato. Pomeriggio in piscina, con Mafalda e la Nipotastra, sera sul terrazzo a rimirare il gioco delle Furie Rosse, per inciso Mafalda fa il tifo per loro. La cosa ci sconcerta, ma tant'è.


L'iraconda Mafalda merita poi un capitolo a parte. Ogni giorno trattati a pesci in faccia per ogni inezia che non le va a genio, i poveri genitori si chiedono se è questa la preadolescenza o se c'è dell'altro.
D'estate l'oratorio, già dai tempi di Celentano, non è un luogo ameno (per quel che ricordo nemmeno d'inverno, ma noi non lo frequentiamo). Anche per me i lunghi pomeriggi assolati in compagnia di effimere amicizie estive, in mancanza degli amici di scuola o di cortile, dispersi fra nonni e vacanze montane, sono soprattutto ricordi di solitudine e noia.
Così anche la senorita si sente sola e persa adesso che la scuola è finita, che il rassicurante ritmo delle giornate è scompaginato. All'oratorio ci vuole andare a giorni alterni e i cortili di una volta non ci sono più.
Meravigliosa scuola, quanti genitori dopo due settimane di vacanza vorrebbero che ricominciasse?

lunedì 4 giugno 2012

Un anno con Zorba

La malefica bestia sfreccia alle mie spalle. È bello, robusto e ha l'occhio sempre un po' spiritato, si spaventa per un nonnulla e quando lo prendo in braccio, per quei tre secondi che rimane, il cuore gli batte all'impazzata. Dai suoi ricordi, nell'anno di vita con noi, non è mai scomparso il terrificante viaggio di salvataggio che l'ha condotto fin qui. Guardo la casa, rassegnata, quante cose sono cambiate: il divano ha le frange, le tende nuove (perché le vecchie, strappate, sono state sostituite), il tappeto con i file sporgenti, le lenzuola piene di buchi, un paio di vasi spariti, le matite tutte con la mina rotta, dato che il passatempo preferito di Zorba è buttare a terra tutto ciò che è distrattamente abbandonato su un ripiano qualsiasi.
Il problema è che Zorba è un gatto disadattato, abbandonato e che ha visto la morte in faccia.
E che per giunta è stato chiamato Olga per qualche mese, perciò il cambio di identità lo ha certamente segnato ancora di più. Quindi, sebbene a volte sia presa dalla voglia di riportarlo dove è stato trovato (in autostrada), poi vengo presa dal sentimento e mi rimetto a vezzeggiarlo, suo malgrado.
Zorba non fa le fusa, non si acciambella sulle ginocchia, non ti si strofina contro le gambe quando arrivi a casa. Zorba ha paura del buio e si mette vicino vicino solo quando si sente solo, cioè di notte. Zorba si mette sotto la pioggia di croccantini o bocconcini, perché ha sempre fame, mentre li versi nella ciotola e si sporca per poi sdraiarsi sul tappeto. Sempre perché ha fame, ti sveglia alle quattro del mattino.
Solo al suono della voce che lo chiama, si mette in allarme e si mette a spazzolare l'aria con la coda. Se cerchi di giocare con lui, ti azzanna e non sai mai se sta giocando o se è aggressivo. Però, ti accompagna sempre a fare la pipì.
Povero gatto, adesso abbiamo iniziato la terapia coi fiori di Bach. Mah! Dice la mia amica Patti che funziona. Sono un filo diversi da quelli dati alla Mafalda, ma non più di tanto (brutti ricordi, paura dell'abbandono, rabbia). Mah, il mio scetticismo è duro a morire. Però sia con lui che con lei le si prova tutte.

lunedì 18 luglio 2011

,aaaaaq: la Gatta Olga ci ha messo lo zampino


Beh, è evidente che non ce la faccio ad aggiornare il mio blogghetto, nascosto nell'ultimo sgabuzzino della blogosfera. Ho saltato avvenimenti salienti della mia eccitante vita, dallo spettacolo teatrale, alla formazione delle classi prime, all'addio alla Signora Chihuahua (personaggio che magari avremo occasione di incontrare ancora l'anno prossimo alla scuola media della figlia), dalle frustrazioni di mamma a quelle di prof, non ho tratteggiato agili profii di Suor Terry e del mio Technoco, della bambina che si fa adolescente, degli amabili alunni che allietano ogni mio giorno e dei loro più che amabili genitori.
Tra gli eventi che ho mancato di raccontare però ce n'è uno che voglio recuperare e che ha cambiato un po', mica tanto in realtà, la nostra grigia vita da periferia urbana. E' arrivata la Gatta Olga, così battezzata a causa del suo spiccato senso acrobatico, a ricordo dell'indimenticabile Korbut di tante Olimpiadi fa. La Gatta Olga giunge nella ridente cintura milanese dalla verde Umbria, scroccando un passaggio in autostrada, per metà appollaiata o aggrappata (è stata subito evidente la forza ginnica della piccola) non si sa dove sotto l'auto, per l'altra metà sopra l'auto, accoccolata in grembo alla nipotastra. Salita furtivamente a un imprecisato casello umbro, è stata vista per fortuna dall'automobilista che attendendeva in coda ai cognati B.
Il quadrupede fantasma si è rannicchiato ben bene da qualche parte e non ne ha voluto sapere di farsi vedere né sentire; per molti minuti i cognati hanno disperatamente cercato di recuperarla, mentre la coda al casello aumentava. Dopodiché sono ripartiti, rassegnandosi con angoscia alla raccapricciante idea di stritolarla o arrostirla o chissà che altro. Al successivo autogrill, si sono fermati per recuperare il cadavere, immaginando l'inimmaginabile; all'uopo fattisi prestare un cric, hanno iniziato la triste ricerca. Lo stupore di vederla intatta sbucare dai pressi del tubo di scappamento è stato seguito dalla subitanea domanda "E mo? Che ne facciamo? Già due ne abbiamo... Telefoniamo alla Sister!". Che sarei io. Premetto che era in atto da mesi un'opera di fermo respingimento da parte mia delle pressanti richieste della figlia di avere un gatto. Mi atterriva l'idea di ricominciare a pulire cacche e bocconcini secchi di puzzolente cibo per gatti sul pavimento, cosa che avevo fatto per quindici anni, per non parlare della orrenda sabbietta che si sbriciola sotto le ciabatte. La Sister, che aveva scambiato la bestiola per un lui, in tal caso sarebbe stato Yuri o Dimitri, si è prodotta al telefono in una commovente cronaca della rocambolesca epifania. Era un segno del destino, un povero gatto abbandonato che si procura con tanta audacia una famiglia adottiva, come fare finta di niente? Come non vedere il legame che unisce storie umane e feline nella nostra famiglia? Storie di accoglienza e adozione. Si va beh, però poi la cacca chi la pulisce? Facciamo un patto con Mafalda. che ormai è grande, anzi è utile per lei iniziare ad avere cura di un esserino vivente. Ok, vada per il micio, chiamato in un primo momento Telepass.
Telepass non era un micio, ma una micia: 15 centimetri di pelo tigrato color nocciola e nero, spaventata ma sgamatissima. Si è ambientata subito, ha fatto pipì sul tappeto solo una volta, è affettuosa ma sclera spessissimo e, non avendo fratelli con cui giocare, passa il tempo facendo agguati alle caviglie e ai pantaloni di chiunque le capiti a tiro. La notte si accoccola tra il mento e la clavicola facendo le fusa e si addormenta con noi, la mattina ci sveglia con graffi e morsi, non dolorosi ma nemmeno piacevoli.
Adesso è con noi in montagna, fa gli agguati al nonno, già incline all'odio verso ogni animale, anche bipede, e lo fa sobbalzare ogni volta che salta agilmente sul tavolo mentre lui fa colazione. La cacca di Olga, come era prevedibile, la pulisco io, di norma. Ma mi piace e ha colmato il vuoto che avevo da quando il Brunone mi ha lasciato, otto anni fa. In un prossimo post (l'ottimismo non mi abbandona) racconterò delle mie perlustrazioni nei reparti "pet" dei supermercati, dato che in questi otto anni senza mici, non che non me ne fossi accorta, il mondo è cambiato. Sono riuscita a passare due o tre ore sui forum dei gattari, per scoprire che tipo di lettiera e cibo comprare; il giorno dopo, un'altra oretta nella grande distribuzione per lo shopping felino.
Centri commerciali e Web 2.0, nulla è più come ai tempi del vecchio indimenticabile Brunone.