Da quando la figliola ha cambiato scuola (già ha cambiato scuola, insegnanti e compagni), tutto è più fumoso e inquietante e solo il fatto di essere seppellita dalle lagnanze di genitori, bidelli, preside e colleghi nella mia scuola, mi impedisce di dirottare l'ansia verso le sorti della terza media di Mafalda.
Solo che oggi, quando mi ha detto al telefono che una sua compagna è incinta di sette mesi, ci è mancato poco che un frontale la rendesse orfana di madre.
Oggi Sciaron, la futura nonna di anni 33, ha comunicato alla prof di lettere che per qualche mese Ylenia non verrà a scuola perché, essendo che deve partorire fra due mesi, preferiscono tenerla a casa.
Due chilometri più in là, pare di aver cambiato continente. E non solo perché alla riunione di classe avevo di fianco la signora col burka e dietro quella con un variopinto abito e una specie di ananas in testa, cosa per altro che sarebbe interessante se le signore parlassero italiano. Ma anche perchè la tipologia degli alunni viaggia a distanze abissali. Mafalda ci si trova a suo agio e io sono contenta, il suo livello di italiano qui è quasi nella media e questo giova alla sua autostima.
Certo però che le diversità rispetto al vecchio contesto riguardano anche questi aspetti più delicati, altro che educazione all'affettività.
Occhi aperti e orecchie tese!
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martedì 22 ottobre 2013
domenica 20 ottobre 2013
La scrittura ai tempi di leroy merlin
Dunque, contando le settimane di apnea/delirio/angoscia per guai
generati dalla testa matta di Mafalda, che si sommano a quelle di
apnea/ansia/nausea per le troppe ore trascorse a scuola per raccogliere
l'eredità fardello di Moby, fanno sette. Forse solo ora comincio a
riprendere il mio bel colorino grigio rosa, prima tendevo al verdastro.
Sette settimane senza risucire a scrivere, senza ispirazione ma anche senza tempo né leggerezza.
A settembre, sette settimane fa, ritrovo i miei settimini. E come li ritrovo? Uguali a come li avevo lasciati. Di solito quando ritornano dall'estate della prima, spunta lo spilungone, il brufoloso, quello che ha messo gli occhiali, o l'apparecchio, quello che si è tinto i capelli, quella in cui noti i primi segni da lolita.
I settimini no, loro sono gli stessi di giugno, con qualche centimetro in più che nemmeno si nota, un seno leggermente più evidente, qualche mèche qua e là, una cresta timida. Ma per il resto, identici. Menti confuse e simpatici fancazzisti come prima.
Io del resto nelle prime settimane ho avuto davvero poca testa per loro, tanto ero china su circolari e menate di altro tipo.
Ora mi sento più rilassata, meno essere mutante, più prof.
E arrivata alla correzione dei temi, come resistere? Dopo aver letto poi il pezzo della signora Letta che omaggia il tristo cinquantesimo compleanno della media viene ancora più voglia.
Perché alla fine è ovvio che siamo noi, più che mediocri prof delle medie, come da cliché, a rovinare gli alunni.
Quindi, se i miei adorati scrivono così è perché io non insegno loro come si fa. Punto. Nella classe accanto la mia collega, che davvero non insegna come si fa, ha alunni che scrivono molto meglio. Pazienza. Ha ragione quel ministro inglese che dice che è il dna che conta, la scuola delle pari opportunità è un pacco?
E' probabile che i settimini mi siano arrivati pieni di un talento che io ho stroncato, boccioli che io ho spezzato prima di vederli fiorire.
Ora, sulle descrizioni ci spacchiamo la schiena e le palle da un anno e ci si deve lavorare ancora un sacco. Anche perché, i miei giovani hanno un bagaglio lessicale che il beauty della Barbie in confronto occupa più spazio. E per forza, non leggono! E chi li deve far leggere? Io! E allora, lo vedi che è colpa tua?
Gli do un titolo facile facile, di quelli che poi ti penti subito perché ti ricordi che già tre anni fa nell'altra seconda erano venute fuori delle cagate spaziali. Però, accidenti, non così spaziali. Qui, di tre anni in tre anni, la china si fa sempre più scoscesa.
Comunque dai, hanno una fantasia più vivace quest'anno, hanno alle spalle un anno di lavoro. Vediamo: descrivi il luogo dove ti piacerebbe vivere.
Bello!!! Evvai! Testa china e via.
"Vorrei vivere a Miami Beach, perché c'è il mare e poi perché mi è sempre piaciuta come città. Invece la casa deve essere una villa a due piani con la taverna e la mansarda (ho avuto la visione del seafront di Miami, una fila interminabile di villette a schiera in puro stile brianzolo, col camino faidate nel sottoscala, che chiamano taverna, e il forno per le pizze e l'immancabile barbecue che affumica ogni domenica i condomini il cui balcone affaccia sul microgiardino). Il soggiorno deve avere un divano grande, una poltrona in cui ci sprofondi dentro (wow ha usato in cui, bravo) e una televisione a schermo piatto, di 60 pollici appesa al muro con dei sospensori (??), le finestre dei balconi trascinabili. Salendo le scale fatte in marmo, si trova la lavanderia, con la lavatrice, l'asciugatrice e un ferro da stiro (precisetto, però. Diventerà uno di quei noiosi bricoleur). I due bagni, uno per lavarsi con la doccia che ha compresi i getti e l'idromassaggio, il water sospeso da terra (e qui il mio cuore si è fermato un attimo. Perché io mi chiedo come sia stato possibile che un dodicenne abbia messo al lavoro i suoi neuroni per elaborare anche un elementare pensiero sul water sospeso) e il lavandino di marmo, l'altro bagno è per sistemarsi, con uno specchio circondato da lucine per illuminarlo. Un giardino con una recinzione di siepe decorativa..." Cosa sarà? Quella finta di plastica?
Vi risparmio il letto con il materasso ad acqua, la moquette bianca, il gazebo.
... vorrei dei rotvailer, uno maschio e uno femmina per poi farli accoppiare facendogli fare dei cuccioli e poi rivenderli. Le persone della città devono essere amichevoli, non molto pignole, se ci sono feste non lamentarsi.
Ecco il misero immaginario di questi dodicenni, che sognano di possedere un giorno quel bendidio che vedono al sabato, quando accompagnano i genitori a comprare il barbecue per il giardino o il box doccia in offerta.
Tutti vogliono la piscina, il camino, la tv grande, le luci che si accendono con il battito delle mani, la moquette, il garage per le due macchine. Tutti vogliono vivere in America, fare shopping e avere grandi case su più piani.
Una a New York, una città molto animata dell'America centrale, l'altra a Hollywood, una città molto movimentata e grande dove ci sono tutti i vip, un altro a Miami Lakes che ci è stato quest'estate "vicina al mare, con dei marciapiedi senza fine e ognuno ti porta in un luogo diverso. E i turisti fanno foto a tutto quello che vedono perché era tutto stupendo ed è proprio ecco perché vorrei vivere proprio qui."
Finisco con il capolavoro: "Nella mia casa di quattro piani cucina salotto camere da letto e un piano dedicato al parkour dove io e i miei amici lo pratichiamo, lì ci sono i muretti per saltare e un muro di 15 metri dove si può saltare su e giù. Fuori c'è un giardino molto grande ricoperto da un grosso gazebo, una piscina grande e un canestro da basket". Si imparano sempre nuove cose. Cos'è il parkour?
Ecco, dove ho sbagliato? Sarà colpa della media unica.
Sette settimane senza risucire a scrivere, senza ispirazione ma anche senza tempo né leggerezza.
A settembre, sette settimane fa, ritrovo i miei settimini. E come li ritrovo? Uguali a come li avevo lasciati. Di solito quando ritornano dall'estate della prima, spunta lo spilungone, il brufoloso, quello che ha messo gli occhiali, o l'apparecchio, quello che si è tinto i capelli, quella in cui noti i primi segni da lolita.
I settimini no, loro sono gli stessi di giugno, con qualche centimetro in più che nemmeno si nota, un seno leggermente più evidente, qualche mèche qua e là, una cresta timida. Ma per il resto, identici. Menti confuse e simpatici fancazzisti come prima.
Io del resto nelle prime settimane ho avuto davvero poca testa per loro, tanto ero china su circolari e menate di altro tipo.
Ora mi sento più rilassata, meno essere mutante, più prof.
E arrivata alla correzione dei temi, come resistere? Dopo aver letto poi il pezzo della signora Letta che omaggia il tristo cinquantesimo compleanno della media viene ancora più voglia.
Perché alla fine è ovvio che siamo noi, più che mediocri prof delle medie, come da cliché, a rovinare gli alunni.
Quindi, se i miei adorati scrivono così è perché io non insegno loro come si fa. Punto. Nella classe accanto la mia collega, che davvero non insegna come si fa, ha alunni che scrivono molto meglio. Pazienza. Ha ragione quel ministro inglese che dice che è il dna che conta, la scuola delle pari opportunità è un pacco?
E' probabile che i settimini mi siano arrivati pieni di un talento che io ho stroncato, boccioli che io ho spezzato prima di vederli fiorire.
Ora, sulle descrizioni ci spacchiamo la schiena e le palle da un anno e ci si deve lavorare ancora un sacco. Anche perché, i miei giovani hanno un bagaglio lessicale che il beauty della Barbie in confronto occupa più spazio. E per forza, non leggono! E chi li deve far leggere? Io! E allora, lo vedi che è colpa tua?
Gli do un titolo facile facile, di quelli che poi ti penti subito perché ti ricordi che già tre anni fa nell'altra seconda erano venute fuori delle cagate spaziali. Però, accidenti, non così spaziali. Qui, di tre anni in tre anni, la china si fa sempre più scoscesa.
Comunque dai, hanno una fantasia più vivace quest'anno, hanno alle spalle un anno di lavoro. Vediamo: descrivi il luogo dove ti piacerebbe vivere.
Bello!!! Evvai! Testa china e via.
"Vorrei vivere a Miami Beach, perché c'è il mare e poi perché mi è sempre piaciuta come città. Invece la casa deve essere una villa a due piani con la taverna e la mansarda (ho avuto la visione del seafront di Miami, una fila interminabile di villette a schiera in puro stile brianzolo, col camino faidate nel sottoscala, che chiamano taverna, e il forno per le pizze e l'immancabile barbecue che affumica ogni domenica i condomini il cui balcone affaccia sul microgiardino). Il soggiorno deve avere un divano grande, una poltrona in cui ci sprofondi dentro (wow ha usato in cui, bravo) e una televisione a schermo piatto, di 60 pollici appesa al muro con dei sospensori (??), le finestre dei balconi trascinabili. Salendo le scale fatte in marmo, si trova la lavanderia, con la lavatrice, l'asciugatrice e un ferro da stiro (precisetto, però. Diventerà uno di quei noiosi bricoleur). I due bagni, uno per lavarsi con la doccia che ha compresi i getti e l'idromassaggio, il water sospeso da terra (e qui il mio cuore si è fermato un attimo. Perché io mi chiedo come sia stato possibile che un dodicenne abbia messo al lavoro i suoi neuroni per elaborare anche un elementare pensiero sul water sospeso) e il lavandino di marmo, l'altro bagno è per sistemarsi, con uno specchio circondato da lucine per illuminarlo. Un giardino con una recinzione di siepe decorativa..." Cosa sarà? Quella finta di plastica?
Vi risparmio il letto con il materasso ad acqua, la moquette bianca, il gazebo.
... vorrei dei rotvailer, uno maschio e uno femmina per poi farli accoppiare facendogli fare dei cuccioli e poi rivenderli. Le persone della città devono essere amichevoli, non molto pignole, se ci sono feste non lamentarsi.
Ecco il misero immaginario di questi dodicenni, che sognano di possedere un giorno quel bendidio che vedono al sabato, quando accompagnano i genitori a comprare il barbecue per il giardino o il box doccia in offerta.
Tutti vogliono la piscina, il camino, la tv grande, le luci che si accendono con il battito delle mani, la moquette, il garage per le due macchine. Tutti vogliono vivere in America, fare shopping e avere grandi case su più piani.
Una a New York, una città molto animata dell'America centrale, l'altra a Hollywood, una città molto movimentata e grande dove ci sono tutti i vip, un altro a Miami Lakes che ci è stato quest'estate "vicina al mare, con dei marciapiedi senza fine e ognuno ti porta in un luogo diverso. E i turisti fanno foto a tutto quello che vedono perché era tutto stupendo ed è proprio ecco perché vorrei vivere proprio qui."
Finisco con il capolavoro: "Nella mia casa di quattro piani cucina salotto camere da letto e un piano dedicato al parkour dove io e i miei amici lo pratichiamo, lì ci sono i muretti per saltare e un muro di 15 metri dove si può saltare su e giù. Fuori c'è un giardino molto grande ricoperto da un grosso gazebo, una piscina grande e un canestro da basket". Si imparano sempre nuove cose. Cos'è il parkour?
Ecco, dove ho sbagliato? Sarà colpa della media unica.
mercoledì 4 settembre 2013
Cercasi scuola disperatamente
Mi chiamo Najma, ho 16 anni, sono nata in italia ma non sono italiana.
Ho frequentato la terza liceo artistico e stavo per iscrivermi al terzo anno dell'istituto tecnico grafico.
Sono stata a un passo dal vedere svanire i miei sogni.
Due mesi da incubo seguiti a un anno da incubo. La psicologa, quando ho cominciato ad andare male a scuola ha detto che mi sento scissa. Io non so cosa significhi, anche se credo che corrisponda a quello smarrimento che provo.
Non so bene cosa sono, cosa voglio diventare, a quale terra appartengo a quale cultura.
Per farla breve, sono stata bocciata. Ci sono rimasta tanto male che per dieci giorni non ho mangiato, mia madre e mio padre all'inizio si sono arrabbiati con me, poi si sono arrabbiati coi prof, poiché nessuno aveva detto loro che rischiavo tanto.
Non sembrava che le cose fossero messe così male. Tre debiti, in fondo pensavo ci potessero stare, matematica, fisica e filosofia me li aspettavo. Ma di essere bocciata no, proprio non lo credevo.
Pare che i prof non fossero d'accordo tra loro, che abbiano discusso a lungo, che la De Fabiani, che non so per quale motivo non mi ha mai potuto soffrire, alla fine abbia fatto prevalere la sua idea di me. Certo, anche Asia e Martina le hanno segate, ma loro di insufficienze ne avevano otto.
Poi in casa ho sentito quella cosa che mi ha infastidito e che secondo me non è vera. Papà dice che mi hanno bocciato perché siamo marocchini e sanno che non faremo troppo casino. Ma, dico io, se fossi stata da promuovere, marocchina o no, mi avrebbero promosso.
Mia mamma ha voluto mandarmi in Marocco dai nonni, come se la lontananza potesse farmi dimenticare il dispiacere.
Poi stando là in effetti mi è un po' passata. Mia cugina Ayat, che ha solo due anni più di me, ha avuto una bimba proprio pochi giorni dopo il mio arrivo e c'è stata una bellissima festa. Eravamo in tanti, molti ragazzi suppergiù della mia età, tutti bambini fino a poco tempo fa. Mio cugino Badir è diventato bello e anche se il mio arabo non mi permette di fare grandi discorsi abbiamo chiacchierato un po' e mi è sembrato un tipo intelligente. Mi ha fatto tante domande sull'Italia, io credo di non avergli trasmesso molto entusiasmo in proposito. Il mio animo era pesante e il pensiero della scuola mi faceva soffrire. Begli occhi quelli di Badir, castani, caldi e obliqui, sono una delle cose che mi sono riportata a casa dal Marocco. L'altra è l'immagine delle cicogne che hanno fatto il nido sopra il nostro tetto.
Ecco, a casa. La mia casa è qua, ma mentre lo pensavo da là non potevo fare a meno di sentire che la mia casa è anche là. Vado là tutte estati o quasi da quando sono piccola, la mamma rinasce vicino alle sue sorelle e ride tanto, lei che è così seria di solito.
Avere due case non è meglio che averne una? Dipende, forse alla mia età no. Non mi sento né di qua né di là. La psicologa dice che è per quello che a un certo punto non son più riuscita a concentrarmi. Boh, se lo dice lei. So che a febbraio ho cominciato a prendere brutti voti e tutto quello che facevo andava male.
Le mie amiche mi dicono che sono brava e anche mia mamma è orgogliosa di me. La sento quando parla bene di me alle signore italiane che frequenta. Dice che sono una sgobbona e che lavoro fino a tardi, che siccome abbiamo solo un tavolo, quando devo finire un plastico tutta la famiglia ritarda la cena. In camera da letto stiamo in quattro e c'è giusto posto per una piccola scrivania dove mio fratellino fa i compiti. La signora Anna, da cui mia mamma va a fare le pulizie, è un'insegnante e mi fa sempre un sacco di complimenti.
Quando ero in Marocco alla fine ero quasi riuscita a convincermi che non era poi la fine del mondo. Avrei rifatto la terza e, anche se mi dispiaceva cambiare classe, sarei riuscita a ripartire. Poi un giorno ha telefonato la mamma e mi ha detto che al liceo non possono prendermi, che la terza è già troppo numerosa, che se voglio posso cambiare indirizzo, ma l'artistico, almeno quello, me lo posso scordare. Mi è crollato tutto addosso. Mi sono sentita esclusa, come qualcosa che non c'entra. Scartata. Ho cominciato a pensare che mi avessero bocciato apposta, mi sono tornate alla mente le parole di mio padre.
Sono tornata da due settimane e sto girando per le scuole a cercare qualcuno che accetti la mia iscrizione. I licei artistici della zona sono pieni, per me non c'è posto. Ed è una sensazione orrenda. Respinta. Un'altra volta. La signora Anna dice che la scuola doveva prendermi, perché i bocciati hanno la precedenza sugli altri iscritti. Ma a me non importa, in quella scuola non ci torno. I miei sono andati a parlare un sacco di volte, almeno a cercare di parlare. A luglio non li hanno mai ricevuti e quando ad agosto sono riusciti ad avere un colloquio con la preside lei ha detto che ormai era troppo tardi.
Però oggi finalmente mi sono iscritta: è un istituto con gli indirizzi simili a quelli della mia scuola precedente, è scomodo da raggiungere, mi dovrò alzare prima forse. Ma proseguirò il percorso iniziato. Non avevo voglia di fare il grafico, non è quello che desidero diventare.
Fra una settimana si comincia. Ho paura, come sarà il nuovo ambiente, come saranno i prof, i compagni? Ci sarà anche là una De Fabiani di storia dell'arte? Sono un po' scossa per l'esperienza vissuta, ma credo che ce la farò. Ho una foto di me e Badir, la tengo appiccicata alla parete, ma un po' nascosta dal cuscino così nessuno la nota. Siamo venuti proprio bene e quando la guardo mi sembra di sentire la brezza del tramonto e il profumo del pollo coi fichi della nonna. Mi sa che mi piace Badir, sarà il soggetto del prossimo ritratto che farò.
Ho frequentato la terza liceo artistico e stavo per iscrivermi al terzo anno dell'istituto tecnico grafico.
Sono stata a un passo dal vedere svanire i miei sogni.
Due mesi da incubo seguiti a un anno da incubo. La psicologa, quando ho cominciato ad andare male a scuola ha detto che mi sento scissa. Io non so cosa significhi, anche se credo che corrisponda a quello smarrimento che provo.
Non so bene cosa sono, cosa voglio diventare, a quale terra appartengo a quale cultura.
Per farla breve, sono stata bocciata. Ci sono rimasta tanto male che per dieci giorni non ho mangiato, mia madre e mio padre all'inizio si sono arrabbiati con me, poi si sono arrabbiati coi prof, poiché nessuno aveva detto loro che rischiavo tanto.
Non sembrava che le cose fossero messe così male. Tre debiti, in fondo pensavo ci potessero stare, matematica, fisica e filosofia me li aspettavo. Ma di essere bocciata no, proprio non lo credevo.
Pare che i prof non fossero d'accordo tra loro, che abbiano discusso a lungo, che la De Fabiani, che non so per quale motivo non mi ha mai potuto soffrire, alla fine abbia fatto prevalere la sua idea di me. Certo, anche Asia e Martina le hanno segate, ma loro di insufficienze ne avevano otto.
Poi in casa ho sentito quella cosa che mi ha infastidito e che secondo me non è vera. Papà dice che mi hanno bocciato perché siamo marocchini e sanno che non faremo troppo casino. Ma, dico io, se fossi stata da promuovere, marocchina o no, mi avrebbero promosso.
Mia mamma ha voluto mandarmi in Marocco dai nonni, come se la lontananza potesse farmi dimenticare il dispiacere.
Poi stando là in effetti mi è un po' passata. Mia cugina Ayat, che ha solo due anni più di me, ha avuto una bimba proprio pochi giorni dopo il mio arrivo e c'è stata una bellissima festa. Eravamo in tanti, molti ragazzi suppergiù della mia età, tutti bambini fino a poco tempo fa. Mio cugino Badir è diventato bello e anche se il mio arabo non mi permette di fare grandi discorsi abbiamo chiacchierato un po' e mi è sembrato un tipo intelligente. Mi ha fatto tante domande sull'Italia, io credo di non avergli trasmesso molto entusiasmo in proposito. Il mio animo era pesante e il pensiero della scuola mi faceva soffrire. Begli occhi quelli di Badir, castani, caldi e obliqui, sono una delle cose che mi sono riportata a casa dal Marocco. L'altra è l'immagine delle cicogne che hanno fatto il nido sopra il nostro tetto.
Ecco, a casa. La mia casa è qua, ma mentre lo pensavo da là non potevo fare a meno di sentire che la mia casa è anche là. Vado là tutte estati o quasi da quando sono piccola, la mamma rinasce vicino alle sue sorelle e ride tanto, lei che è così seria di solito.
Avere due case non è meglio che averne una? Dipende, forse alla mia età no. Non mi sento né di qua né di là. La psicologa dice che è per quello che a un certo punto non son più riuscita a concentrarmi. Boh, se lo dice lei. So che a febbraio ho cominciato a prendere brutti voti e tutto quello che facevo andava male.
Le mie amiche mi dicono che sono brava e anche mia mamma è orgogliosa di me. La sento quando parla bene di me alle signore italiane che frequenta. Dice che sono una sgobbona e che lavoro fino a tardi, che siccome abbiamo solo un tavolo, quando devo finire un plastico tutta la famiglia ritarda la cena. In camera da letto stiamo in quattro e c'è giusto posto per una piccola scrivania dove mio fratellino fa i compiti. La signora Anna, da cui mia mamma va a fare le pulizie, è un'insegnante e mi fa sempre un sacco di complimenti.
Quando ero in Marocco alla fine ero quasi riuscita a convincermi che non era poi la fine del mondo. Avrei rifatto la terza e, anche se mi dispiaceva cambiare classe, sarei riuscita a ripartire. Poi un giorno ha telefonato la mamma e mi ha detto che al liceo non possono prendermi, che la terza è già troppo numerosa, che se voglio posso cambiare indirizzo, ma l'artistico, almeno quello, me lo posso scordare. Mi è crollato tutto addosso. Mi sono sentita esclusa, come qualcosa che non c'entra. Scartata. Ho cominciato a pensare che mi avessero bocciato apposta, mi sono tornate alla mente le parole di mio padre.
Sono tornata da due settimane e sto girando per le scuole a cercare qualcuno che accetti la mia iscrizione. I licei artistici della zona sono pieni, per me non c'è posto. Ed è una sensazione orrenda. Respinta. Un'altra volta. La signora Anna dice che la scuola doveva prendermi, perché i bocciati hanno la precedenza sugli altri iscritti. Ma a me non importa, in quella scuola non ci torno. I miei sono andati a parlare un sacco di volte, almeno a cercare di parlare. A luglio non li hanno mai ricevuti e quando ad agosto sono riusciti ad avere un colloquio con la preside lei ha detto che ormai era troppo tardi.
Però oggi finalmente mi sono iscritta: è un istituto con gli indirizzi simili a quelli della mia scuola precedente, è scomodo da raggiungere, mi dovrò alzare prima forse. Ma proseguirò il percorso iniziato. Non avevo voglia di fare il grafico, non è quello che desidero diventare.
Fra una settimana si comincia. Ho paura, come sarà il nuovo ambiente, come saranno i prof, i compagni? Ci sarà anche là una De Fabiani di storia dell'arte? Sono un po' scossa per l'esperienza vissuta, ma credo che ce la farò. Ho una foto di me e Badir, la tengo appiccicata alla parete, ma un po' nascosta dal cuscino così nessuno la nota. Siamo venuti proprio bene e quando la guardo mi sembra di sentire la brezza del tramonto e il profumo del pollo coi fichi della nonna. Mi sa che mi piace Badir, sarà il soggetto del prossimo ritratto che farò.
martedì 23 ottobre 2012
Lancia in resta
Ore 14,30, aula insegnanti. Tutti, ingollato un panino attorno al tavolone, ci si ritrova per stabilire le forme di lotta. Ci siamo quasi tutti, anche quelli che non hanno mai nemmeno avuto la lontana idea di uno sciopero.
Si inizia in modo inconcludente, però mi piace, c'è aria di trincea, aria di altri tempi. Sono un po' a disagio quando il Ginnico rivendica il suo diritto di fare 18 ore e non una di più, e lui veramente non ne fa una di più anzi spesso una o due di meno. Vorrei dirgli che è per colpa di quelli come lui che non avremo l'appoggio di molti, ma sto zitta.
Risultato finale: blocco delle gite, dei progetti, delle assemblee coi genitori.
Preside imbufalita. E volantini da stampare.
Si inizia in modo inconcludente, però mi piace, c'è aria di trincea, aria di altri tempi. Sono un po' a disagio quando il Ginnico rivendica il suo diritto di fare 18 ore e non una di più, e lui veramente non ne fa una di più anzi spesso una o due di meno. Vorrei dirgli che è per colpa di quelli come lui che non avremo l'appoggio di molti, ma sto zitta.
Risultato finale: blocco delle gite, dei progetti, delle assemblee coi genitori.
Preside imbufalita. E volantini da stampare.
domenica 21 ottobre 2012
Stock und karotte
Le due ragazze, ormai quasi trentenni, si conoscono dall'asilo. Lui è il marito di una delle due, e per lui l'altra ha avuto una breve cotta in passato, che non ha mai osato confessare forse nemmeno a se stessa. Ma questo non è rilevante.
I tre passeggiano sotto un cielo grigio per i vialetti anonimi ma ordinatissimi di una cittadina tedesca, dove la coppia si è trasferita ormai da qualche anno per dare modo a lui di imboccare una promettente strada professionale. Due cervelli in fuga ante litteram.
Lei, per il momento moglie al seguito e ormai mamma, si sta dando da fare per trovare una sua prospettiva, ad esempio insegnare italiano ai tedeschi. Anche lei ha un laurea scientifica che in Italia le avrebbe offerto più di una chance (forse, ma forse). Ma si sa che, almeno da noi, le esigenze professionali del marito hanno la precedenza.
Si chiacchiera del più e del meno, si parla come sempre dei guai dell'Italia e di come ci vedono i tedeschi.
Gli italiani ancora non si devono vergognare di avere un ridicolo capo di governo, oppresso da scandali personali di cui parla tutta l'Europa e la maggioranza dei tedeschi ignora che sta per abbattersi su di loro un terremoto epocale e che toccherà fare sacrifici per fare posto ai compatrioti provenienti da est.
Le due amiche si vedono di rado e così quando si ritrovano hanno un sacco di cose su cui confrontarsi. Quella che è rimasta in Italia ha deciso, o ha lasciato decidere al fato, di lavorare nella scuola. L'altra, sebbene abbia fatto studi che di solito portano lontano dall'insegnamento, ha sempre avuto interesse per l'insegnamento e per i temi connessi.
La scuola è un mondo che tutti conoscono e che tutti, a parte quelli che ci lavorano, vedono solo con gli occhi della memoria. L'unica fra i tre che nuota in quel mare sta iniziando ora a considerarsi a tutti gli effetti una lavoratrice della scuola, anche se a singhiozzo. Parlando coi due amici capisce che affrontare l'argomento con gli "estranei" è quantomeno frustrante. C'è qualcosa di irrimediabilmente negativo e allo stesso tempo inconfutabile nell'opinione diffusa sull'insegnante, come di lavoratore a mezzo servizio.
Come si fa a considerare impegnativo un lavoro che porta via una parte tanto esigua di tempo, come 18 ore settimanali? Come si fa a considerare basso lo stipendio portato a casa con tanto poco lavoro? Lei prova a difendere le sue ragioni, sostenendo che le ore trascorse in classe sono solo una parte del lavoro.
Le piacerebbe lavorare a scuola, magari avere un ufficio suo e timbrare il cartellino. Certo ha più libertà, ad esempio può decidere di fare qualcos'altro un pomeriggio, ma sa che dovrà recuperare sabato e domenica.
Per quanto riguarda il denaro, la scelta compiuta in Italia tanto tempo prima di equiparare il compito dei docenti a una funzione pubblica qualsiasi, come un impiegato dell'anagrafe con qualche anno di carriera, le sembra deleteria. Ma, d'altra parte, se pensa a qualche collega, il suo stipendio le pare fin troppo lauto.
Passano gli anni, quando la coppia viene in Italia si trovano per fare grandi chiacchierate, anche se riescono a vedersi sempre meno. I figli crescono e frequentano la scuola tedesca, che mostra le sue pecche.
E così, al confronto, quella italiana riacquista una qualche credibilità. Il figlio, che adesso ha 11 anni, è alle prese con la difficile scelta del canale formativo da imboccare. In Germania le strade si dividono molto precocemente (come succedeva da noi prima dell'introduzione della scuola media unica) secondo un modello che uno dei futuri illuminati ministri vorrà introdurre, per fortuna senza successo, anche in Italia.
La scuola in Germania, almeno nel Land dove stanno loro, ha insegnanti che spesso si assentano e i ragazzi stanno soli in classe.
- Come mai? chiede l'amica italiana.
- Fanno continuamente corsi di aggiornamento.
- Ah! In orario?
- Certo! Oppure ci sono le uscite didattiche.
- Va bene, ma non c'è un supplente?
- No, da noi i supplenti non esistono.
- Toh! Noi i corsi li facciamo fuori orario e spesso li paghiamo pure.
Passano altri anni. L'amica tedesca è in crisi con il suo lavoro di ricercatrice per un'azienda privata che lavora per l'università. Ha un contratto a tempo determinato da tantissimo tempo, che si rinnova ogni 5 anni, ma teme che l'anno prossimo non glielo rinnoveranno.
In Germania le cose a scuola non vanno molto bene, la figlia frequenta la scuola media e lei si lamenta perché le pare che facciano poco. E il problema delle ore buche non è finito, anzi pare che ora per ovviare chiedano ai genitori di dare la disponibilità del proprio tempo.
L'amica italiana è quanto meno perplessa. Figurati se succedesse qui una cosa simile.
Quando altri anni sono passati e ha definitivamente perso il lavoro, l'amica tedesca è tentata di fare domanda per insegnare. Lassù evidentemente è più facile, se hai i titoli. Avrà una specie di contratto temporaneo per l'insegnamento della matematica, almeno fino a quando non troverà di nuovo impiego come ricercatrice.
In Italia il nuovo ministro dell'istruzione si sta molto impegnando nella diffusione dell'idea, già abbastanza radicata nelle persone, che gli insegnanti italiani siano degli sfaticati oltre che lamentosi e che certamente lavorano molto meno dei colleghi europei. Inoltre sono troppi, troppissimi. Bisogna cacciarne via un po', così si potranno pagare meglio quelli bravi che rimangono. Colpa del Sessantotto, che ha introdotto il sei politico. Invece ci vuole un sistema meritocratico.
Un altro tipetto basso che fa pure lui il ministro arriva a dire che i docenti sono dei lavoratori part time e che prendono fin troppi soldi.
Ma nel suo piccolo l'amica italiana ha ora l'occasione di fare un confronto. Quando sente l'amica tedesca le fa la ovvia domanda.
- Ma in Germania quante ore lavorate alla settimana?
- Mah... nominalmente più che in Italia, però alla fine dei conti in classe sono 20 ore.
- Come, a noi non fanno altro che dirci che lavorano tutti di più...
Ma ormai è così, nel caos sovrano anche i dati e i numeri vengono frullati e serviti alla bisogna di chi possiede l'informazione, che poi è lo stesso che governa.
Negli anni l'argomento è diventato di quelli che fanno audience. Specie con questo nuovo ministro, se ne parla molto, spesso con grandi inesattezze ed è sempre più difficile fare ragionamenti lucidi.
L'amica italiana vive con disagio la nuova condizione della categoria, che si trova spesso nell'occhio del ciclone. Sono tempi agitati, di malcontento e protesta. Ovunque, e nelle scuole ancora di più, c'è anche smarrimento e non sono più i tempi delle certezze.
E le cose non migliorano certo, anzi peggiorano. La ministra a un bel momento viene spazzata via con il suo governo.
Le due amiche è un bel po' che non si vedono, nel lungo tempo della crisi non hanno più parlato né della agognata fine del governo peggiore che quelli della loro età hanno vissuto, né della cancelliera né della sua ammirazione per il nuovo primo ministro italiano. Di sicuro i due italo-teutoni sono felici di non doversi più vergognare con i colleghi e di non dover più subire umilianti gag televisive sulla, nonostante tutto, amata patria.
Dal canto suo, l'amica italiana dopo una brevissima stagione di sollievo e quasi di speranza vede di nuovo un futuro a tinte fosche. Dall'interno della sua scuoletta, si difende con il lavoro dalle intemperie, dimentica tutto e si chiude in classe, sapendo che tanto giusto non è.
Si illude che se le faranno fare 24 ore a scuola ci sarà posto anche per l'aggiornamento, che ci sarà più tempo per la programmazione e per il lavoro in classe, magari perfino le compresenze.
Ma sa che non sarà così, sa che la cura che ora pone a ciascuno dei suoi alunni presto non avrà più modo di essere, perché il numero di quegli alunni raddoppierà.
Fino a non molto tempo fa le era parso addirittura che il ministro di quel nuovo governo non fosse poi tanto male. Ora che arriva il bastone e della carota si sono perse le tracce, sa che si è sbagliata... e di grosso.
I tre passeggiano sotto un cielo grigio per i vialetti anonimi ma ordinatissimi di una cittadina tedesca, dove la coppia si è trasferita ormai da qualche anno per dare modo a lui di imboccare una promettente strada professionale. Due cervelli in fuga ante litteram.
Lei, per il momento moglie al seguito e ormai mamma, si sta dando da fare per trovare una sua prospettiva, ad esempio insegnare italiano ai tedeschi. Anche lei ha un laurea scientifica che in Italia le avrebbe offerto più di una chance (forse, ma forse). Ma si sa che, almeno da noi, le esigenze professionali del marito hanno la precedenza.
Si chiacchiera del più e del meno, si parla come sempre dei guai dell'Italia e di come ci vedono i tedeschi.
Gli italiani ancora non si devono vergognare di avere un ridicolo capo di governo, oppresso da scandali personali di cui parla tutta l'Europa e la maggioranza dei tedeschi ignora che sta per abbattersi su di loro un terremoto epocale e che toccherà fare sacrifici per fare posto ai compatrioti provenienti da est.
Le due amiche si vedono di rado e così quando si ritrovano hanno un sacco di cose su cui confrontarsi. Quella che è rimasta in Italia ha deciso, o ha lasciato decidere al fato, di lavorare nella scuola. L'altra, sebbene abbia fatto studi che di solito portano lontano dall'insegnamento, ha sempre avuto interesse per l'insegnamento e per i temi connessi.
La scuola è un mondo che tutti conoscono e che tutti, a parte quelli che ci lavorano, vedono solo con gli occhi della memoria. L'unica fra i tre che nuota in quel mare sta iniziando ora a considerarsi a tutti gli effetti una lavoratrice della scuola, anche se a singhiozzo. Parlando coi due amici capisce che affrontare l'argomento con gli "estranei" è quantomeno frustrante. C'è qualcosa di irrimediabilmente negativo e allo stesso tempo inconfutabile nell'opinione diffusa sull'insegnante, come di lavoratore a mezzo servizio.
Come si fa a considerare impegnativo un lavoro che porta via una parte tanto esigua di tempo, come 18 ore settimanali? Come si fa a considerare basso lo stipendio portato a casa con tanto poco lavoro? Lei prova a difendere le sue ragioni, sostenendo che le ore trascorse in classe sono solo una parte del lavoro.
Le piacerebbe lavorare a scuola, magari avere un ufficio suo e timbrare il cartellino. Certo ha più libertà, ad esempio può decidere di fare qualcos'altro un pomeriggio, ma sa che dovrà recuperare sabato e domenica.
Per quanto riguarda il denaro, la scelta compiuta in Italia tanto tempo prima di equiparare il compito dei docenti a una funzione pubblica qualsiasi, come un impiegato dell'anagrafe con qualche anno di carriera, le sembra deleteria. Ma, d'altra parte, se pensa a qualche collega, il suo stipendio le pare fin troppo lauto.
Passano gli anni, quando la coppia viene in Italia si trovano per fare grandi chiacchierate, anche se riescono a vedersi sempre meno. I figli crescono e frequentano la scuola tedesca, che mostra le sue pecche.
E così, al confronto, quella italiana riacquista una qualche credibilità. Il figlio, che adesso ha 11 anni, è alle prese con la difficile scelta del canale formativo da imboccare. In Germania le strade si dividono molto precocemente (come succedeva da noi prima dell'introduzione della scuola media unica) secondo un modello che uno dei futuri illuminati ministri vorrà introdurre, per fortuna senza successo, anche in Italia.
La scuola in Germania, almeno nel Land dove stanno loro, ha insegnanti che spesso si assentano e i ragazzi stanno soli in classe.
- Come mai? chiede l'amica italiana.
- Fanno continuamente corsi di aggiornamento.
- Ah! In orario?
- Certo! Oppure ci sono le uscite didattiche.
- Va bene, ma non c'è un supplente?
- No, da noi i supplenti non esistono.
- Toh! Noi i corsi li facciamo fuori orario e spesso li paghiamo pure.
Passano altri anni. L'amica tedesca è in crisi con il suo lavoro di ricercatrice per un'azienda privata che lavora per l'università. Ha un contratto a tempo determinato da tantissimo tempo, che si rinnova ogni 5 anni, ma teme che l'anno prossimo non glielo rinnoveranno.
In Germania le cose a scuola non vanno molto bene, la figlia frequenta la scuola media e lei si lamenta perché le pare che facciano poco. E il problema delle ore buche non è finito, anzi pare che ora per ovviare chiedano ai genitori di dare la disponibilità del proprio tempo.
L'amica italiana è quanto meno perplessa. Figurati se succedesse qui una cosa simile.
Quando altri anni sono passati e ha definitivamente perso il lavoro, l'amica tedesca è tentata di fare domanda per insegnare. Lassù evidentemente è più facile, se hai i titoli. Avrà una specie di contratto temporaneo per l'insegnamento della matematica, almeno fino a quando non troverà di nuovo impiego come ricercatrice.
In Italia il nuovo ministro dell'istruzione si sta molto impegnando nella diffusione dell'idea, già abbastanza radicata nelle persone, che gli insegnanti italiani siano degli sfaticati oltre che lamentosi e che certamente lavorano molto meno dei colleghi europei. Inoltre sono troppi, troppissimi. Bisogna cacciarne via un po', così si potranno pagare meglio quelli bravi che rimangono. Colpa del Sessantotto, che ha introdotto il sei politico. Invece ci vuole un sistema meritocratico.
Un altro tipetto basso che fa pure lui il ministro arriva a dire che i docenti sono dei lavoratori part time e che prendono fin troppi soldi.
Ma nel suo piccolo l'amica italiana ha ora l'occasione di fare un confronto. Quando sente l'amica tedesca le fa la ovvia domanda.
- Ma in Germania quante ore lavorate alla settimana?
- Mah... nominalmente più che in Italia, però alla fine dei conti in classe sono 20 ore.
- Come, a noi non fanno altro che dirci che lavorano tutti di più...
Ma ormai è così, nel caos sovrano anche i dati e i numeri vengono frullati e serviti alla bisogna di chi possiede l'informazione, che poi è lo stesso che governa.
Negli anni l'argomento è diventato di quelli che fanno audience. Specie con questo nuovo ministro, se ne parla molto, spesso con grandi inesattezze ed è sempre più difficile fare ragionamenti lucidi.
L'amica italiana vive con disagio la nuova condizione della categoria, che si trova spesso nell'occhio del ciclone. Sono tempi agitati, di malcontento e protesta. Ovunque, e nelle scuole ancora di più, c'è anche smarrimento e non sono più i tempi delle certezze.
E le cose non migliorano certo, anzi peggiorano. La ministra a un bel momento viene spazzata via con il suo governo.
Le due amiche è un bel po' che non si vedono, nel lungo tempo della crisi non hanno più parlato né della agognata fine del governo peggiore che quelli della loro età hanno vissuto, né della cancelliera né della sua ammirazione per il nuovo primo ministro italiano. Di sicuro i due italo-teutoni sono felici di non doversi più vergognare con i colleghi e di non dover più subire umilianti gag televisive sulla, nonostante tutto, amata patria.
Dal canto suo, l'amica italiana dopo una brevissima stagione di sollievo e quasi di speranza vede di nuovo un futuro a tinte fosche. Dall'interno della sua scuoletta, si difende con il lavoro dalle intemperie, dimentica tutto e si chiude in classe, sapendo che tanto giusto non è.
Si illude che se le faranno fare 24 ore a scuola ci sarà posto anche per l'aggiornamento, che ci sarà più tempo per la programmazione e per il lavoro in classe, magari perfino le compresenze.
Ma sa che non sarà così, sa che la cura che ora pone a ciascuno dei suoi alunni presto non avrà più modo di essere, perché il numero di quegli alunni raddoppierà.
Fino a non molto tempo fa le era parso addirittura che il ministro di quel nuovo governo non fosse poi tanto male. Ora che arriva il bastone e della carota si sono perse le tracce, sa che si è sbagliata... e di grosso.
sabato 15 settembre 2012
Impressioni di settembre
Sabato, un tranquillo pranzo di fine estate. Con la fame e la soddisfazione del post piscina, consumiamo un frugale pasto, il cielo e l'aria fuori sono tersi, alla radio Annie Lennox canta e Zorba ci sorveglia dall'alto della mensola, la zampa penzoloni e con la sua bellezza corona la perfezione di questo momento.
La scuola è all'inizio e permette di godere ancora un po' di scampoli di leggerezza estiva.
Io a Mafalda conversiamo tranquille del suo ingresso nella squadra di pallavolo, delle paralimpiadi, che lei ha seguito con passione, e della domenica senz'auto che si prospetta ricca di iniziative.
Siamo sole nella cucina immersa in questa bella luce chiara, gusto la lieve felicità domestica, ma c'è la sensazione nuova e deliziosa della complicità e della vicinanza con una figlia che diventa grande a poco a poco.
Poi, a ricordarmi che ancora tanto grande non è, attacca Settembre andiamo è tempo di migrare... che ricorda ancora dalla quarta elementare, filando liscia su i fonti alpestri, i cuori esuli a conforto, i tratturi e la verga d'avellano. Qualsiasi cosa queste parole vogliano dire.
Alla fine della terza strofa inizia un po' a rallentare con l'erbal fiume silente e il tremolar della marina e si inceppa sulla quarta, che è atroce: lungh'esso il litoral cammina la greggia... isciacquìo, calpestìo, dolci romori sono ostacoli insormontabili.
Ma il finale è trionfale: Ah! Perché non son io co' miei pastori?
Son soddisfazioni.
La scuola è all'inizio e permette di godere ancora un po' di scampoli di leggerezza estiva.
Io a Mafalda conversiamo tranquille del suo ingresso nella squadra di pallavolo, delle paralimpiadi, che lei ha seguito con passione, e della domenica senz'auto che si prospetta ricca di iniziative.
Siamo sole nella cucina immersa in questa bella luce chiara, gusto la lieve felicità domestica, ma c'è la sensazione nuova e deliziosa della complicità e della vicinanza con una figlia che diventa grande a poco a poco.
Poi, a ricordarmi che ancora tanto grande non è, attacca Settembre andiamo è tempo di migrare... che ricorda ancora dalla quarta elementare, filando liscia su i fonti alpestri, i cuori esuli a conforto, i tratturi e la verga d'avellano. Qualsiasi cosa queste parole vogliano dire.
Alla fine della terza strofa inizia un po' a rallentare con l'erbal fiume silente e il tremolar della marina e si inceppa sulla quarta, che è atroce: lungh'esso il litoral cammina la greggia... isciacquìo, calpestìo, dolci romori sono ostacoli insormontabili.
Ma il finale è trionfale: Ah! Perché non son io co' miei pastori?
Son soddisfazioni.
venerdì 7 settembre 2012
Ricostruire l'immagine
Mattinata libera perché, si sa, questi insegnanti è più il tempo che stanno a casa che quello che lavorano. E devo dire che in effetti avrei lavorato volentieri, che di cose da fare ce ne sono parecchie. Ma i barricaderi delle 40 ore vanno tenuti a bada.
Insomma, decido di occuparmi di una questione pendente da anni, lasciata insoluta per accidia e che richiede contatti con il Provveditorato, pardon l'USP. Cosa che spiega quasi del tutto la ragione dell'accidia.
Al telefono, una volta di più, la questione risulta insolubile, dato che non risponde nessuno.
Un anno fa, al telefono (miracolosamente attivo) avevo ricevuto rassicurazioni sul fatto che la pratica stava procedendo. La cosa mi era sembrata strana, dato che un'altra volta mi era stato detto invece che mancava qualcosa.
Ultimamente, quando mi sono decisa a riprendere la questione, ho scoperto che il tizio che aveva degnato di una annoiata risposta lo sconosciuto interlocutore (in quel momento ero io, ma in un altro momento una mia collega e in altri ancora chissà quanti malcapitati creduloni) è oggi in pensione. Quindi si è divertito, diciamo così, alle nostre spalle per dare un sapore ancora più gustoso all'imminente cessazione del servizio. Quindi ci liquidava con false notizie che nemmeno si preoccupava di verificare e ora, in barba a tutti i santissimi che la gente gli ha tirato, si starà godendo la pensione.
Questa mattina, dunque, mi metto in viaggio per la lunga traversata della città, mettendo in conto anche la possibilità di non combinare nulla.
A parte che era un mese che non prendevo la metropolitana e che timbrando il biglietto ho avuto la sensazione di essere dove ero l'ultima volta che ho compiuto tale gesto, cioè Barcellona, cosa che mi ha un po' depresso, la mattinata è andata come era prevedibile, in una città calda e ancora tranquilla, ma sempre irritante nella sua mancanza di parcheggi di interscambio e mezzi radi e ritardatari.
È passato del tempo dalla mia ultima visita in quel posto, che ricordo come un girone infernale. Arrivo, rendendomi conto che il ricordo delle terrificanti esperienze lì vissute è così vivo che non mi pare passato così tanto tempo. Comunque, scopro che l'edificio è abbandonato, anche se l'unica cosa che lo distingue da quando era in uso è il cancello chiuso. Per il resto, vetri sporchi, erbacce, vernici scrostate, è identico.
Faccio qualche centinaio di metri e mi ritrovo davanti a un edifico seminuovo ma anonimo, la bandiera penzoloni mi dice che sono arrivata.
Visto da fuori, fa ben sperare. Vuoi vedere che qualcosa davvero sta cambiando?
Ma la porta a vetri automatica è opaca di polvere e già questo è un primo colpo all'ottimismo. L'atrio però non è male, i pavimenti sono lucidi e gli interni ben disegnati, nel complesso la prima impressione è quasi gradevole. Ma un'occhiata al banco della reception ricaccia definitivamente l'ottimismo al suo posto.
La formica maròn è incongrua, in più è già irragionevolmente sbeccata, certamente un riciclo.
Ma il peggio sta dietro il banco, cioè la persona che accoglie il pubblico: occhio bovino, barba lunga, capello unto e felpa sdrucita. E vabbè, proviamo ad andare oltre il primo impatto.
Inizio a chiedere l'informazione che mi serve e lui, senza lasciarmi finire, inizia a ripetere monotono un giorno della settimana, anzi due - non è sicurissimo - un orario e un nome. Altro non dice.
Alzo leggermente la voce, ma lui è troppo apatico e infastidito. Non incrocio i suoi occhi, perché vagano verso il basso. Capisco che non c'è speranza. Del resto, questi manco rispondono al telefono, figurati se ricevono qualcuno fuori orario (due mezze giornate alla settimana, perché si sa che gli insegnanti hanno orari flessibilissimi).
Me ne sto andando, dicendo che è cambiato l'ufficio ma non l'inefficienza (e la stronzaggine di chi ci lavora), ma il tizio con cui stava parlando prima che io arrivassi a rompergli le palle con le mie noiose richieste, ha un problema simile al mio e quindi approfitta per chiedermi qualcosa.
Guardandolo mentre gli ripeto per la terza volta la stessa cosa, dato che non capisce, non posso fare a meno di pensare che per fortuna non è mio collega.
Cari governanti, è una lunga strada in salita: la ricostruzione della carriera degli insegnanti, come nel mio caso, ma soprattutto quella dell'immagine della scuola e di tutti gli uffici pubblici d'Italia.
Credo che gli uscieri siano, tra i dipendenti pubblici, quelli con il minor gradimento. Come cittadini, si deve arrivare preparati alla lotta con questi figuri che, invece di essere gli addetti all'accoglienza, consapevoli di esserlo, sono il primo ostacolo da superare per entrare nella giungla della burocrazia.
Di cui ci piacerebbe tanto non aver bisogno.
Insomma, decido di occuparmi di una questione pendente da anni, lasciata insoluta per accidia e che richiede contatti con il Provveditorato, pardon l'USP. Cosa che spiega quasi del tutto la ragione dell'accidia.
Al telefono, una volta di più, la questione risulta insolubile, dato che non risponde nessuno.
Un anno fa, al telefono (miracolosamente attivo) avevo ricevuto rassicurazioni sul fatto che la pratica stava procedendo. La cosa mi era sembrata strana, dato che un'altra volta mi era stato detto invece che mancava qualcosa.
Ultimamente, quando mi sono decisa a riprendere la questione, ho scoperto che il tizio che aveva degnato di una annoiata risposta lo sconosciuto interlocutore (in quel momento ero io, ma in un altro momento una mia collega e in altri ancora chissà quanti malcapitati creduloni) è oggi in pensione. Quindi si è divertito, diciamo così, alle nostre spalle per dare un sapore ancora più gustoso all'imminente cessazione del servizio. Quindi ci liquidava con false notizie che nemmeno si preoccupava di verificare e ora, in barba a tutti i santissimi che la gente gli ha tirato, si starà godendo la pensione.
Questa mattina, dunque, mi metto in viaggio per la lunga traversata della città, mettendo in conto anche la possibilità di non combinare nulla.
A parte che era un mese che non prendevo la metropolitana e che timbrando il biglietto ho avuto la sensazione di essere dove ero l'ultima volta che ho compiuto tale gesto, cioè Barcellona, cosa che mi ha un po' depresso, la mattinata è andata come era prevedibile, in una città calda e ancora tranquilla, ma sempre irritante nella sua mancanza di parcheggi di interscambio e mezzi radi e ritardatari.
È passato del tempo dalla mia ultima visita in quel posto, che ricordo come un girone infernale. Arrivo, rendendomi conto che il ricordo delle terrificanti esperienze lì vissute è così vivo che non mi pare passato così tanto tempo. Comunque, scopro che l'edificio è abbandonato, anche se l'unica cosa che lo distingue da quando era in uso è il cancello chiuso. Per il resto, vetri sporchi, erbacce, vernici scrostate, è identico.
Faccio qualche centinaio di metri e mi ritrovo davanti a un edifico seminuovo ma anonimo, la bandiera penzoloni mi dice che sono arrivata.
Visto da fuori, fa ben sperare. Vuoi vedere che qualcosa davvero sta cambiando?
Ma la porta a vetri automatica è opaca di polvere e già questo è un primo colpo all'ottimismo. L'atrio però non è male, i pavimenti sono lucidi e gli interni ben disegnati, nel complesso la prima impressione è quasi gradevole. Ma un'occhiata al banco della reception ricaccia definitivamente l'ottimismo al suo posto.
La formica maròn è incongrua, in più è già irragionevolmente sbeccata, certamente un riciclo.
Ma il peggio sta dietro il banco, cioè la persona che accoglie il pubblico: occhio bovino, barba lunga, capello unto e felpa sdrucita. E vabbè, proviamo ad andare oltre il primo impatto.
Inizio a chiedere l'informazione che mi serve e lui, senza lasciarmi finire, inizia a ripetere monotono un giorno della settimana, anzi due - non è sicurissimo - un orario e un nome. Altro non dice.
Alzo leggermente la voce, ma lui è troppo apatico e infastidito. Non incrocio i suoi occhi, perché vagano verso il basso. Capisco che non c'è speranza. Del resto, questi manco rispondono al telefono, figurati se ricevono qualcuno fuori orario (due mezze giornate alla settimana, perché si sa che gli insegnanti hanno orari flessibilissimi).
Me ne sto andando, dicendo che è cambiato l'ufficio ma non l'inefficienza (e la stronzaggine di chi ci lavora), ma il tizio con cui stava parlando prima che io arrivassi a rompergli le palle con le mie noiose richieste, ha un problema simile al mio e quindi approfitta per chiedermi qualcosa.
Guardandolo mentre gli ripeto per la terza volta la stessa cosa, dato che non capisce, non posso fare a meno di pensare che per fortuna non è mio collega.
Cari governanti, è una lunga strada in salita: la ricostruzione della carriera degli insegnanti, come nel mio caso, ma soprattutto quella dell'immagine della scuola e di tutti gli uffici pubblici d'Italia.
Credo che gli uscieri siano, tra i dipendenti pubblici, quelli con il minor gradimento. Come cittadini, si deve arrivare preparati alla lotta con questi figuri che, invece di essere gli addetti all'accoglienza, consapevoli di esserlo, sono il primo ostacolo da superare per entrare nella giungla della burocrazia.
Di cui ci piacerebbe tanto non aver bisogno.
giovedì 30 agosto 2012
Scuola in TV
Ieri sera avevo voglia di vedere un po' di televisione, dopo un paio di mesi di black out. Sfrattata Mafalda coi suoi orribili fantagenitori, mi stravacco sul divano per gustarmi una mezzoretta di zapping. Invece incappo nel nasone di Vecchioni, che sta amabilmente concionando dei ragazzini seduti compostamente in banchi d'antan, di quelli doppi con i sedili attaccati, che lo seguono con lo sguardo rapito.
Tuttinclasse, si intitola la trasmissione. Si sono accesi i riflettori, addirittura con una prima serata televisiva: si parte! E' ora di scuola.
Per cui parliamone, diciamo quanto è importante, quanta parte ha avuto nella costruzione del paese. Raccontiamone la storia. Raitre lo fa con un taglio storico, aspettiamo Vespa. Dalla Gelmini in poi, quello della scuola in tv è stato un tema su cui litigare, molto telegenico.
Non so se anche lo scorso anno abbiano confezionato un programma simile per l'inizio dell'anno scolastico, forse sì e non lo ricordo. Quello che non è mai mancato, anno dopo anno, da quando c'è la televisione in Italia, è il servizio dei tg sul primo giorno di scuola.
La trasmissione è carina, a parte il melenso conduttore professore, che purtroppo non ho mai potuto soffrire e che ripete alla nausea che la scuola non serve a istruire (almeno avesse aggiunto un "solo" a istruire), ma a stare insieme, a parlare, ad avere amici, a insegnare ad amare la vita e, infine, ad "avercela con qualcuno". Voleva fare l'apologia della contestazione, ma gli è uscita male. Insomma, mi pare che abbia ha tirato fuori il repertorio del prof di sinistra della sua generazione. Vabbè... Non è il contenuto in sé che mi infastidisce, ma il modo.
Per fortuna, per larga parte la trasmissione è tenuta in piedi con filmati d'epoca e gli interventi del prof Vecchioni sono abbastanza limitati.
Nulla di nuovo, l'intento è didascalico e ci si rivolge probabilmente al vasto pubblico, mezza Italia, che fra pochi giorni entrerà nel vortice di inizio anno.
Documenti storici, cinegiornali, spezzoni di inchieste che messi infila compongono una narrazione interessante, semplice e sintetica, per forza di cose, però non priva di spunti anche per gli addetti ai lavori.
Mi sono persa la prima parte, per cui probabilmente la parte riguardante l'Unità e il primo Novecento. Poi il fascismo e le leggi razziali, la ripresa del dopoguerra, lo sforzo titanico per far ripartire la scuola e la defascistizzazione, le riforme, il Sessantotto, Barbiana e gli anni Settanta, coi decreti delegati.
Alla fine, siccome non c'era più tempo, si è liquidato il trentennio successivo con "poi c'è la scuola di oggi, la nostra scuola". Come se l'evoluzione della scuola, che seppure lenta c'è stata, fosse finita negli anni Settanta. Di cose da dire ce n'erano altre, forse un po' più attuali.
Mi è sembrato un taglio un po' sessantottino e un po' banale.
La riflessione sulla scuola, a quanto si vede dal collage di documenti visivi, è sempre stata centrale nella nostro dibattito culturale. Se ne è sempre parlato tanto e stupisce (o forse no) che i discorsi che si facevano decenni fa siano ancora talvolta attuali. Scopro ad esempio che di caduta di autorità dei maestri si parlava già negli Cinquanta.
Ma si vede un'Italia che non c'è più: la maestrina che si fa sei chilometri a piedi per andare a insegnare in una classe di pochi bambini, una scuola di montagna con un'alunna sola, la nonnina analfabeta che ha imparato a leggere con il maestro Manzi.
Parlando della presunta vocazione femminile all'insegnamento (secondo la mai del tutto tramontata visione democristiana della scuola) concetto che l'inchiesta sembrava voler smontare, si vede una carrellata di giovani studentesse universitarie che dichiarano la propria scarsa passione per le facoltà che guidano alla professione docente, scelta solo perché lascia molto tempo da dedicare alla famiglia. Ecco, sessantanni fa il problema era già evidente: la femminilizzazione della professione, la scelta di mantenere basse le retribuzioni, proprio perché ritenuto un mestiere per donne.
Ci scrolleremo mai di dosso questa piaga? Io ho colleghe poco più che trentenni che sostengono ancora la stessa solfa.
Comunque, il countdown è cominciato.
Tuttinclasse, si intitola la trasmissione. Si sono accesi i riflettori, addirittura con una prima serata televisiva: si parte! E' ora di scuola.
Per cui parliamone, diciamo quanto è importante, quanta parte ha avuto nella costruzione del paese. Raccontiamone la storia. Raitre lo fa con un taglio storico, aspettiamo Vespa. Dalla Gelmini in poi, quello della scuola in tv è stato un tema su cui litigare, molto telegenico.
Non so se anche lo scorso anno abbiano confezionato un programma simile per l'inizio dell'anno scolastico, forse sì e non lo ricordo. Quello che non è mai mancato, anno dopo anno, da quando c'è la televisione in Italia, è il servizio dei tg sul primo giorno di scuola.
La trasmissione è carina, a parte il melenso conduttore professore, che purtroppo non ho mai potuto soffrire e che ripete alla nausea che la scuola non serve a istruire (almeno avesse aggiunto un "solo" a istruire), ma a stare insieme, a parlare, ad avere amici, a insegnare ad amare la vita e, infine, ad "avercela con qualcuno". Voleva fare l'apologia della contestazione, ma gli è uscita male. Insomma, mi pare che abbia ha tirato fuori il repertorio del prof di sinistra della sua generazione. Vabbè... Non è il contenuto in sé che mi infastidisce, ma il modo.
Per fortuna, per larga parte la trasmissione è tenuta in piedi con filmati d'epoca e gli interventi del prof Vecchioni sono abbastanza limitati.
Nulla di nuovo, l'intento è didascalico e ci si rivolge probabilmente al vasto pubblico, mezza Italia, che fra pochi giorni entrerà nel vortice di inizio anno.
Documenti storici, cinegiornali, spezzoni di inchieste che messi infila compongono una narrazione interessante, semplice e sintetica, per forza di cose, però non priva di spunti anche per gli addetti ai lavori.
Mi sono persa la prima parte, per cui probabilmente la parte riguardante l'Unità e il primo Novecento. Poi il fascismo e le leggi razziali, la ripresa del dopoguerra, lo sforzo titanico per far ripartire la scuola e la defascistizzazione, le riforme, il Sessantotto, Barbiana e gli anni Settanta, coi decreti delegati.
Alla fine, siccome non c'era più tempo, si è liquidato il trentennio successivo con "poi c'è la scuola di oggi, la nostra scuola". Come se l'evoluzione della scuola, che seppure lenta c'è stata, fosse finita negli anni Settanta. Di cose da dire ce n'erano altre, forse un po' più attuali.
Mi è sembrato un taglio un po' sessantottino e un po' banale.
La riflessione sulla scuola, a quanto si vede dal collage di documenti visivi, è sempre stata centrale nella nostro dibattito culturale. Se ne è sempre parlato tanto e stupisce (o forse no) che i discorsi che si facevano decenni fa siano ancora talvolta attuali. Scopro ad esempio che di caduta di autorità dei maestri si parlava già negli Cinquanta.
Ma si vede un'Italia che non c'è più: la maestrina che si fa sei chilometri a piedi per andare a insegnare in una classe di pochi bambini, una scuola di montagna con un'alunna sola, la nonnina analfabeta che ha imparato a leggere con il maestro Manzi.
Parlando della presunta vocazione femminile all'insegnamento (secondo la mai del tutto tramontata visione democristiana della scuola) concetto che l'inchiesta sembrava voler smontare, si vede una carrellata di giovani studentesse universitarie che dichiarano la propria scarsa passione per le facoltà che guidano alla professione docente, scelta solo perché lascia molto tempo da dedicare alla famiglia. Ecco, sessantanni fa il problema era già evidente: la femminilizzazione della professione, la scelta di mantenere basse le retribuzioni, proprio perché ritenuto un mestiere per donne.
Ci scrolleremo mai di dosso questa piaga? Io ho colleghe poco più che trentenni che sostengono ancora la stessa solfa.
Comunque, il countdown è cominciato.
mercoledì 15 agosto 2012
Opposti estremismi
A proposito di scuola e di rispetto delle regole, leggo qui che i tedeschi sono dei rigidoni e, che diamine, un po' di flessibilità e umanità farebbe piacere anche a loro, gli odiati crucchi.
Di che si tratta? Di un padre italiano che ha fatto fortuna in Germania, ha un consessionario di auto, e che per far godere un giorno di vacanza in più alle figliole nella nativa penisola baciata dal sole e dal mare, inventa una balla nella giustificazione scritta, il preside lo sgama e viene fuori un casino.
I giornali avranno dato un po' di colore al tutto, probabilmente, dando libero sfogo agli stereotipi da ambo le parti. Ma il tono dell'articolo e i commenti danno da pensare.
Da noi i genitori non si pongono nemmeno il problema, la giustificazione è considerata un inutile atto dovuto, uno spazio da riempire con un qualsiasi "motivi di famiglia".
In Germania no, la scuola ha il dovere e il diritto di chiedere conto alla famiglia della mancata presenza. E sanziona pure.
Che rigidi, eh?!
Noi siamo invece molto elastici.
Qui infatti la famiglia prenota la vacanza, se poi la partenza o il rientro coincidono con un giorno di scuola, beh pazienza, mica si può essere schiavi.
Quante volte mi sono ritrovata a far lezione con mezza classe il giorno prima o dopo una vacanza. Che sarà mai... Per questo nei collegi si litiga per piazzare i ponti e i giorni conseguenti di recupero. Tra l'altro, sono i momenti più partecipati.
Ricordo il racconto di un amico, che avendo sospeso un alunno si ritrova a colloquio la madre a chiedere se è possibile posticipare la sospensione di qualche giorno "Sa, prof, dato che andiamo a fare la settimana bianca... non + che invece di giovedì si può fare lunedì prossimo?"
Come si concilia tanta rigidità con tanta elasticità (quella di un padre che racconta balle, peraltro)?
Sarà per questo che la Merkel non vuole gli eurobond?
Di che si tratta? Di un padre italiano che ha fatto fortuna in Germania, ha un consessionario di auto, e che per far godere un giorno di vacanza in più alle figliole nella nativa penisola baciata dal sole e dal mare, inventa una balla nella giustificazione scritta, il preside lo sgama e viene fuori un casino.
I giornali avranno dato un po' di colore al tutto, probabilmente, dando libero sfogo agli stereotipi da ambo le parti. Ma il tono dell'articolo e i commenti danno da pensare.
Da noi i genitori non si pongono nemmeno il problema, la giustificazione è considerata un inutile atto dovuto, uno spazio da riempire con un qualsiasi "motivi di famiglia".
In Germania no, la scuola ha il dovere e il diritto di chiedere conto alla famiglia della mancata presenza. E sanziona pure.
Che rigidi, eh?!
Noi siamo invece molto elastici.
Qui infatti la famiglia prenota la vacanza, se poi la partenza o il rientro coincidono con un giorno di scuola, beh pazienza, mica si può essere schiavi.
Quante volte mi sono ritrovata a far lezione con mezza classe il giorno prima o dopo una vacanza. Che sarà mai... Per questo nei collegi si litiga per piazzare i ponti e i giorni conseguenti di recupero. Tra l'altro, sono i momenti più partecipati.
Ricordo il racconto di un amico, che avendo sospeso un alunno si ritrova a colloquio la madre a chiedere se è possibile posticipare la sospensione di qualche giorno "Sa, prof, dato che andiamo a fare la settimana bianca... non + che invece di giovedì si può fare lunedì prossimo?"
Come si concilia tanta rigidità con tanta elasticità (quella di un padre che racconta balle, peraltro)?
Sarà per questo che la Merkel non vuole gli eurobond?
mercoledì 20 giugno 2012
Riti di fine anno
Bocciati alle elementari. Bocciati alle scuole medie inferiori. Bambini con disagi, moltissimi extracomunitari. Ma anche molti e molte bambine italiane. La 12enne a cui è morta la mamma di cancro e di conseguenza ha fatto molte assenza? Bocciata. Il bambino problematico? Non c’è più il sostegno,bocciato. Aida lavora come cameriera in centro città, vive sola con la figlia di 11 anni che frequenta una scuola in zona. Abitano lontanissimo, la ragazzina è intelligente ha solo bisogno di un po’ di comprensione: bocciata.
E’ emergenza.
“Noi badiamo al profitto, ai voti. Questa è una scuola esigente, sforniamo ragazzi con alte performance. Chi non ce la fa deve cercare altrove”.
“Noi badiamo al profitto, ai voti. Questa è una scuola esigente, sforniamo ragazzi con alte performance. Chi non ce la fa deve cercare altrove”.
Leggo con il canonico ritardo, passando di blog in blog, questo articolo di qualche giorno fa di Lorella Zanardo sul Fatto.
Accetto (a malincuore) che di scuola parlino tutti, dato nulla come la scuola è qualcosa con cui tutti hanno, hanno avuto, avranno a che fare.
Però, io davvero mi chiedo che scuole conoscano questi nuovi guru.
A parte la banalità degli esempi, dove questa Aida manda la figlia? In che scuola? O basta uno sciagurato fatto (bambini bocciati alle elementari), per poter buttare la solita tonnellata di aria fritta sulla scuola?
Perché non fanno altrettanti e altisonanti articoli sulle migliaia di bambini in difficoltà su cui le scuole intervengono, spesso con successo?
Poi, dice, la ragazzina è intelligente, ha solo bisogno di un po' di comprensione. Se fosse stupida, passi... , ma è intelligente!
Il bambino che ha perso il sostegno viene bocciato? La bambina con la mamma morta di cancro, bocciata. Ma dove e soprattutto quanto spesso capitano queste cose? Abbastanza per farci un articolo dal titolo Cercasi Don Milani disperatamente?
Ditemi se io vivo in un mondo altro, ma nelle scuole che conosco io non succede nulla di questo. Anche gli insegnanti più "distratti" tengono conto di mille cose in sede di valutazione.
Tanto che mi chiedo come abbiano pensato di bocciare cinque bambini in quella prima elementare di Pontremoli, dove, ovviamente, si dovranno rifare gli scrutini.
Poi tutti a dire che la bocciatura non serve a nulla, statistiche alla mano. Dove sono queste statistiche? Io nei, pochi, casi che ho osservato alla scuola media posso dire che per qualcuno la bocciatura è servita e come. A volte c'è solo bisogno di tempo o di un gruppo classe diverso. Specialmente nei più giovani, in prima media molte volte ripetere l'anno funziona.
E dunque una scuola deve accogliere, far crescere e accudire oltre che educare, almeno fino ai 15 anni.
Ma bocciare qualcuno non è forse farsene carico per un anno in più? O si assume che i ragazzi bocciati vengano buttati lì a bivaccare in fondo alla classe, magari sedati così non rompono?
Ditemi che nelle altre scuole, o almeno nella maggior parte di esse, di questo disgraziato paese le cose non sono poi così diverse da come le osservo io nella mia!
Mafalda ha avuto 9 in comportamento. Dico io, più realista del re "Ma perché non le avete dato 8? Con tutte le volte che è stata scorretta con la prof Zuppa..." Risposta: "Volevamo metterle 8, ma poi abbiamo visto che sarebbe stata l'unica femmina, le altre hanno tutte 9. Allora non volevamo che si sentisse isolata." Questa delicatezza, possiamo discutere se ineccepibile o meno, viene da insegnanti non particolarmente illuminate, normali professioniste con esperienza e sensibilità.
So che tante volte a scuola le cose vanno storte, ma perpetuare questi luoghi comuni di fine anno non ha altro risultato che allontanare le famiglie e alzare il muro della diffidenza e dell'estraneità all'istituzione scuola.
Per il resto, apprezzo Lorella Zanardo per il suo lavoro di Media Education e per il video "Il corpo delle donne". Per questo mi chiedo perché uno sguardo così piatto sulla questione.
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