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lunedì 11 giugno 2012

L'introvabile meta

Sabato sera ho visto la mia amica Ada, che abita a Roma e che ho perso un po' di vista. Io e lei abbiamo fatto la stessa scuola, abbiamo vissuto insieme tre anni e abbiamo riso fino alle lacrime chissà quante volte. Insieme abbiamo coltivato e contrastato il nostro Gino, quell'essere interiore che ci perseguitava fin da quando eravamo adolescenti e che ci faceva sentire inadeguate in ogni occasione.
Lei ha una guida spirituale, una specie di santone, ma se sa che lo chiamo così si arrabbia. 
Un maestro indiano che gira il mondo e che insegna un metodo "per guardare dentro di sé e trovare la felicità".
C'è stato un tempo in cui ero molto infelice, adesso mi sembra un'altra vita. Mi mancava tutto, figurarsi se potevo guardare dentro di me e trovare la felicità. Eppure lei ogni volta che tornava a casa dagli incontri in cui ascoltava il messaggio del santone, camminava su un cuscino d'aria dorata. Stava scoprendo piano piano un sacco di cose. 
Io su una cosa simile avrei dovuto superare mille barriere di scetticismo. Rispetto a tutto ciò che è vagamente new age (la definizione è forse superata) sono sempre stata un po' ambivalente, non liquido frettolosamente la cosa, ma mi muovo con circospezione.
Però di lei mi potevo fidare e anche la sua parte razionale era sempre stata vigile.
Allora ho cominciato a frequentare anche io quel gruppo, tutte persone normali, non particolarmente fulminate ma tutte innamorate del santone e del suo messaggio. 
Quello che veniva richiesto era l'assiduità della frequenza agli incontri, niente soldi, niente cose strane. Per mesi e mesi, tutte le settimane andavo ai miei bravi appuntamenti a vedere e ascoltare Lui. La mia amica mi faceva discretamente da tutor, io però non riuscivo a entrare veramente nel solco del messaggio. Mi piacevano, sì, le cose che diceva: viaggio alla scoperta di se stessi, fare esperienza con il proprio mondo interiore, ascoltare il cuore... E poi c'era il mistero, perché il metodo segreto mi sarebbe stato rivelato solo alla fine del percorso. 
Ma innamorarsi era un'altra cosa. Le mie difese erano torrioni.
Avrei partecipato, insieme a tutti quelli che arrivavano in fondo con perseveranza e fede, a un grande evento in qualche grande città d'Europa e avrei avuto la rivelazione, in un'estasi corale. 
Ada, in visibilio, mi parlava di quel momento magico, quello in cui le tecniche vengono passate ai nuovi adepti. Attraverso quelle tecniche, praticate ogni giorno, lei stava affossando il suo Gino.
Io la ascoltavo e mi chiedevo quando anche io sarei finalmente arrivata al feeling giusto. La cosa che mi turbava di più era la richiesta di esclusiva devozione al Maestro, nessun'altra voce doveva interferire. Io sono sempre stata un po' allergica all'idea stessa di maestro, ma ho voluto proseguire il cammino. In più c'era una cosa che a me, razionalona, non andava giù: per stare bene, bisogna "disfare" le cose che si sanno, bisogna decostruire, disimparare. La semplicità è il segreto di ogni cosa.
 
Tutto era strano perché non era, come potrebbe sembrare, una setta, ma una moltitudine variegata e internazionale di persone, anche colte e ricche, che aveva un suo fascino. 
Insomma, alla fine mi sono "diplomata" a Roma. Quel giorno in effetti fu emozionante, mi sentivo in una bolla, insieme a un sacco di altra gente. Il grande momento era arrivato: il Maestro, nel suo vestito bianco, piccolo e lontano, in una grande poltrona, in un semplice ma solenne raduno ci passò l'essenza della sua filosofia, le famose tecniche. Mentre mi concentravo per metterle in pratica, ero un po' incredula e, pur non volendo ammetterlo a me stessa, una vocina importuna diceva "Tutto qui?"
Comunque, alla fine ero molto fiera di me e piena di buone intenzioni. Ada e il suo fidanzato, nonché quella che era diventata la mia estetista-amica, erano i miei fari nella notte.
Ora avevo le tecniche, non restava che mettermi lì mezzora al giorno, e praticarle.
Ada, ovunque si trovasse, non poteva mancare il suo appuntamento con la pratica quotidiana, come raccomandato da Lui. 
Io con incerto entusiasmo muovevo i miei primi passi nel mondo della conoscenza. Dopo giorni e giorni di diligente applicazione non mi succedeva assolutamente nulla. I pensieri si affollavano nella mia meditazione, mi sembravano delle nuvole di passaggio, il respiro mi accompagnava come una musica. Era bello, ma nulla che assomigliasse all'eden che mi aspettavo. Forse, come altre volte, non sapevo cogliere le magie più semplici e dal Maestro non avevo imparato nulla. 
Aspettavo e mi chiedevo cosa stessi sbagliando. C'era un momento, mi avevano raccontato, in cui l'universo si spalanca e capisci cosa sia davvero la pace interiore. E quella semplicità, fatta di nulla, solo di quello che c'è dentro di te, si chiama felicità.
Ecco, era roba grossa, per cui si capisce la mia delusione quando ho scoperto che dentro di me non c'era un bel niente. O almeno io non lo trovavo. 
È durata qualche mese. Poi mi sono stufata e sono venuti altri tempi. Ada non mi ha mai chiesto come sia andata l'esperienza. Non ha funzionato, lei lo ha capito e fine. Non è roba per tutti. 
Però, l'altra sera al grande evento del Maestro in città ci sarei andata, non fosse stato per le mille e una cose da fare a casa e a scuola. Certo, per trovare la pace interiore, quello che si deve a fare è proprio riuscire a mettere da parte tutto il mondo esteriore. 
Qualcuno ce la fa.

mercoledì 23 maggio 2012

L'arte del rimandare

Ecco un altro dei miei ritardi: un'accoppiata di tutto rispetto, dieta e iscrizione in palestra. Oddio, sulla seconda ancora non mi pronuncio dato che l'iscrizione c'è, ma il numero di ingressi è ancora fermo a zero. Ritardataria come sempre, arrivo alla storica decisione. Dopo oltre un anno di dolore al ginocchio, forse il menisco che è andato, complice la lentezza del sistema sanitario (comunque più veloce di me) mi decido a entrare in azione per dimagrire. Una decina di chiletti di troppo mi pesano sulla schiena e adesso sul ginocchio. Oggi è il terzo giorno di dieta, quella che va tanto di moda adesso, che ti fa ingurgitare per una settimana solo proteine. E non ho ancora smesso. Due amiche l'hanno messa in pratica con risultati strabilianti, perché io non ce la posso fare? L'iscrizione in palestra è stata del tutto casuale. Eravamo a ridosso della festa della mamma, ricorrenza da me di solito ignorata, forse per la disabitudine maturata nei lunghi anni di non maternità, oltre che per essere figlia di una madre che definire sobria sarebbe un eufemismo. Accompagno in piscina R., che a causa della scoliosi deve aumentare le sue nuotate. Distrattamente mi informo sul costo dell'ingresso anche per me. "Ma lei è mamma!" mi dice sorridente la bella ragazza della reception. Le osservo il decolleté con un po' di invidia e nostalgia. "Beh, sì" faccio io, ancora poco convinta della cosa. Dell'essere mamma, dico (quando lo si diventa così tardi e di una bambina già grande, è una questione di apprendimento). "Ma allora lei è fortunata! Per la festa della mamma, abbiamo lo sconto del 50% sull'abbonamento annuale che le dà diritto bla bla bla..." Solite cose che ho già sentito, dato che a chiedere informazioni sono brava, perché l'ho fatto tante volte. Ma questa volta, non posso dire di no. È conveniente, praticamente nel cortile di casa. Quando mi ricapita una ghiotta occasione come questa? Uscita dalla palestra, ho sentito subito il bisogno di dirlo a qualcuno tale era il mio entusiasmo. Quando lo comunico alle amiche, ridacchiano in quel modo stupido da sms: ih, ih, ih. Veloce scambio di battute col marito: "Domani piove, mi sono iscritta in palestra!", sorrido io via cellulare. "Pioverà quando ci andrai, l'iscrizione non basta". Il Technoco è sempre prosaico. L'abbonamento ce l'ho da venerdì scorso, perché l'ho fatto partire una settimana dopo la data d'iscrizione. Per prendere tempo. Mi sono data però il termine ultimo di venerdì. (sì lo so, sono piuttosto brava a procrastinare, forse è la cosa che mi riesce meglio). Quindi domani devo assolutamente andare. Già sono un po' in ansia. Ma questa volta faccio sul serio. Ho qui il mio caffè con lo schifoso dolcificante e sono talmente concentrata sulla dieta, che faccio la spesa solo per me, devo prendere un po' le misure per non lasciare senza colazione gli altri componenti della famiglia, soprattutto Zorba, che è il più rompiscatole.

sabato 28 aprile 2012

Tanto glam per nulla

"Eat, drink and shop", questo si è inventato il redattore di una nota rivista di arredamento, uscito in edizione speciale in occasione del Salone. Sull'ultimo punto, lo shopping, mi sono già espressa; sui primi due non ho nulla da dire, tranne l'incipit della prima inserzione che leggo: “stufi di showroom, eventi glam, sushi e aperitivi? Prenotate una cena in una piccola oasi cittadina, un'idea poetica e nuovissima, per cenare nel verde, in mezzo ai profumi della primavera...”. Dove? Sul Naviglio. Sarà... l'idea comunque, un ristorante con l'orto, pare carina, anche se definirla nuovissima mi pare eccessivo, dato che ormai un orto chi non ce l'ha? Ho provato anche io a farne uno sul balcone, prima che diventasse tanto trendy. A me piace ogni tanto leggere cosa succede in città, per poi non andare a verificare la veridicità delle marchette dei giornali. Milano è una città talmente e ridicolmente cara, che la maggior parte dei posti è inavvicinabile e anche quando ti avvicini, l'aria dei tuoi vicini di tavolo è insopportabilmente snob o carina di quel carino fastidioso, da milanese. Chissà se anche a Berlino i redattori delle riviste glam sono tanto fatui, là aprono un locale al giorno. Ma poi, un tedesco può essere definito glam? Ho qualche dubbio. Nei miei lunghi anni di precariato (ma allora non si chiamava così, eravamo banalmente dei supplenti e nessuno parlava di noi con la partecipazione che c'è ora ed eravamo ben più sfigati. Chiusa parentesi.), c'è stato un tempo in cui ho rischiato di lavorare nell'editoria di settore, la pubblicistica specializzata. Quella per cui trovai l'ennesimo contratto pacco era la redazione di un mensile (con uscite alquanto irregolari, ma non andava in edicola) per mobilieri brianzoli, per il retail, dicevano loro. Per me era un mondo nuovo e non sapevo fare quel lavoro, ma allora mi lanciavo, una misteriosa fiducia in me stessa, che potremmo chiamare incoscienza o indigenza, mi spingeva. All'epoca il Salone del Mobile e il Fuorisalone erano eventi per addetti ai lavori, oggi sono un evento tout court per la città. Erano i tempi in cui l'Ikea era ancora un fenomeno quasi chic, mentre oggi ci trovi le famigliole a trascorrere il week end. Le altre della redazione riuscivano a imbastire un pezzo di duemila battute per descrivere un lavabo. Io le invidiavo un po', non solo perché riuscivano a sciorinare tonnellate di frivolezze e carinerie su un pouf del tal designer, ma anche perché a ogni presentazione di prodotto si portavano via di tutto, oggetti e accessori, di cui avevano piene le case. I produttori sono sempre munifici coi giornalisti, chiamiamoli così e la caratteristica principale di questi ultimi, soprattutto di questa particolare sottospecie, è la faccia di bronzo. Si tratta perlopiù di signorine di buona famiglia, carine e spigliate, che diventano con gli anni le tipiche sciure milanesi, magari arrivate grazie a un buon matrimonio. Una di loro era sposata con un politico che in seguito è diventato sottosegretario. Io ho fuggevolmente assaggiato le delizie di quel mondo e ancora oggi possiedo, grazie a quella memorabile esperienza, una pentola, due fodere per cuscini (avevo avuto in regalo la stoffa e mia madre poi ne ha ricavato delle fodere), qualche libro. E forse, se non avessi lavorato lì, a Berlino non mi sarebbe venuto in mente di visitare il bellissimo Archivio del Bauhaus. Per cui a qualcosa è servito. Mi ero addirittura accordata con quella che mi era sembrata più simpatica per andare in vacanza in India. Lei voleva andare a Chandigar a visitare la città di Le Corbusier, io avevo in mente altro, stavamo contrattando sulle mete e avevamo già prenotato il volo, quando lei ha incontrato un tipo, un brutto e noioso ragazzo neo ingegnere, e mi ha mollato con il mio biglietto aereo pagato. Mi sono sentita molto dentro una di quelle lettere che si scrivono ai settimanali femminili per un parere su come comportarsi in quella o quell'altra circostanza. Avrei potuto andare ugualmente, ma non l'ho fatto. Chissà se la mia vita sarebbe diversa... A ogni modo, la rivista navigava in cattive acque e dopo un po' cambiò direzione. Io volai felicemente verso altri lidi e altre avventure nel magnifico mondo della paraeditoria.

venerdì 27 aprile 2012

L'addizione non mi si addice

Ecco, devo dire che le cose che mi fanno sentire fuori dal tempo sono in genere frivole e, dopo breve riflessione, scartabili per mancanza di priorità. Cose che comunque mi lasciano di stucco e mi fanno sentire in ritardo una volta di più. Leggo, ovviamente fuori tempo massimo, cioè dopo la fine della settimana del Fuori Salone, l'allegato del quotidiano recuperato a casa dei miei. Guardo distrattamente tutto ciò che non mi posso permettere e che da tempo non esercita su di me alcun fascino, poi arrivo all'ultima pagina "eat and shop", pagina in cui si racconta di fashion addicted che si recano a Parigi per un tal negozio e che ora avranno finito di sbavare oltralpe davanti ai capi minimal da loro preferiti, infatti il mitico negozio a breve aprirà i battenti anche nella lombarda metropoli. Capperi, devo andare a vedere di che negozio si tratta per capire che cosa, di nuovo, non mi posso permettere. Ora, va bene tutto, va bene i giovani senza frontiere, ma andare a Parigi o a Londra per comprare i vestiti di lusso del catenone svedese di abbigliamento, mi pare davvero assurdo. Vero, io vado matta per l'altro catenone svedese, quello dei mobili, ma al massimo faccio una ventina di kilometri. Bene, a parte che i vestiti a me sembrano orrendi, che se sei magra e pallida ti fanno sembrare un ombrellone chiuso d'inverno e se sei bassotta e paffuta, come la sottoscritta, oltre che agé, possono creare una certa somiglianza con la zia zitella che inviti alla comunione della bambina. Quei capini alla Audrey Hepburn, ma in versione brutta. Bene, scopro poi, navigando qua e là che il catenone svedese ha messo in vendita, ma solo per pochi giorni e solo in occasione della festa della donna, una collezione firmata da una stilosissima fashion designer, che io mai avevo sentito nominare, vecchia ignorante che sono. Addirittura un evento, così narrato da Vogue: Alle otto di mattina sembra tutto tranquillo: distribuiti i braccialetti che segnano i turni per l'ingresso, i fashionista ambosessi si sono dispersi, in cerca di un croissant e un cappuccino per la seconda colazione dopo la levataccia delle quattro, le cinque, le sei. Alcuni sono un po' provati, altri in splendida forma, come se alzarsi all'alba per fare la fila davanti a un negozio fosse naturale. All'interno, la store manager dà le istruzioni ai commessi, come una benevola generalessa che istruisce il suo plotone. Quasi tutti sono vestiti con la maglietta a stampa Marni, per essere subito riconosciuti dai clienti. Al momento del via, nel negozio l'aria si tende come prima di un'esplosione. La saracinesca fischia, sale verso l'alto, e via: sono entrati. La collezione era molto attesa: le celebri stampe di Marni sono presenti in tutta la loro bellezza. Grande successo per camicie, scamiciati e capi in seta; ci sono sembrati meno popolari i tailleur a bolli blu, di un tessuto un po' rigido, e in generale tutti gli abiti un po' pesanti, come i leggings a coste nere e marroni. Un enorme successo per gli accessori, specialmente collane e orecchini in plexiglass coloratissimo. Sembra che ci siano ragazze che hanno atteso davanti al negozio dalla mezzanotte precedente all'apertura. La cosa, che capita sempre più spesso, a me pare abbastanza strana per un disco o per un cellulare, ma per degli abiti, ancora di più. Pensare che a me l'ultima tendenza di H&M pare inguardabile. Vestiti improbabili a palloni sgargianti, in tessuti che sparano, come direbbe mia madre, o in brutte fantasie anni Settanta. Roba che non oserei nemmeno provare per non rimanere scioccata alla visione di me stessa riflessa dai temibilissimi specchi da camerino. Poi penso che davvero devo orientarmi sul mio vero target, che non è quello delle ventenni che fanno shopping per i negozi del mondo, per iniziare a non comprare cose che siano finalmente adatte alla mia età.

sabato 21 aprile 2012

Un folletto alla mia porta

Non mi piace essere scortese, anche se forse ultimamente mi capita più spesso di diventarlo. Più che altro, perché poi mi sento in colpa per un po' di tempo. Alle prese con una bellicosa ragazza, che inizia a prendere decisioni per conto proprio su come passare il pomeriggio o sul fare o meno i compiti di castigo, so che ogni interruzione nel lavoro, una volta recuperata la voglia dopo tanta fatica e disperazione, può essere fatale e innescare chissà quali nuove ribellioni. Così quando, poco prima di mezzogiorno, suonano alla porta, penso che sia il vicino gentile con la verdura del suo orto. Perciò celo a malapena il mio disappunto alla vista di un giovane ben vestito, anche se il nodo della cravatta allentato è indice di una certa stanchezza. Dietro di sé ha una specie di trolley blu. Capisco subito che dentro c'è qualcosa di cui non ho bisogno nemmeno di sentir parlare. Lo guardo, mi sono già irritata, non con lui ma con me stessa perché non ho guardato dallo spioncino; vorrei chiudergli la porta in faccia, tuttavia mi impongo di essere gentile. Non ho bisogno di un nuovo aspirapolvere. Mi scuso, ma non ho tempo e ho già un aspirapolvere. Mento, ho già visto la dimostrazione, ma non posso permettermi una spesa per l'attrezzo.. Lui sta facendo il suo lavoro, mi dice con accento del sud. Sì ma il tuo lavoro, penso, comprende anche il sentirsi dire che il tuo articolo non interessa. Però adesso, oltre all'irritazione, è partito anche il senso di colpa. Mentre cerco di rintuzzare i suoi tentativi, penso ai giovani senza occupazione, che si barcamenano con lavori precari, magari con la loro bella laurea in scienze della comunicazione o in giurisprudenza, costretti all'umiliazione della vendita porta a porta, a scontrarsi con casalinghe o madri frustrate. Del resto, ogni volta che mi capita una situazione del genere, non posso fare a meno di ricordare che sono incappata anche io in scenette come questa, dalla parte del suonatore di campanelli. Per fortuna è durata forse una settimana o due, ma l'esperienza è di quelle che lasciano il segno. Quindi, sono solidale. Mentre mi stupisco del fatto che esista ancora il folletto, lui non demorde, abbozza uno scherzo con la bambina quando io gli dico che stiamo facendo i compiti, si attacca a ogni mio argomento e non indietreggia di un millimetro. Tenace, penso e ancora mi sforzo di essere gentile. Ma, penso anche, non finirà come altre volte, quando per non essere scortese accettavo l'appuntamento per la pulitura del tappeto e poi non riuscivo più a cacciare via i folletti. La porta rimane aperta a metà, ma lui ha già iniziato la sua spiegazione, mentre maneggia una cartelletta che ha tutta l'aria di voler aprire da un momento all'altro. Mi tocca alzare la voce, mia figlia si allontana dalla porta. Non so se è imbarazzata o spaventata. Il ragazzo fa la faccia del gatto di Shreck. Io, però, non mi lascio impietosire e sono fermamente decisa a cacciarlo. Alla fine capisce che non ce n'è, mi allunga la mano per stringere la mia e mi dice "Grazie, signora, gentilissima". A questo punto, forse, una persona normale si sarebbe arrabbieta, invece io mi sono sentita una miserabile. La piccola era intristita, io ho continuato per un po' a rimuginare sulla mia mutata condizione di diversamente gentile. Col tempo davvero si diventa più intolleranti e ho paura che a poco a poco diventerò una di quelle vecchie impazienti e scorbutiche, quelle che non sopportano le grida dei bimbi che giocano. C'è una cura?

giovedì 5 gennaio 2012

Salda saldorum

L'italiuccia firmata in coda alla cassa in un capannone della fredda e grigia periferia milanese, con le braccia cariche di maglioncini scontanti del trenta, giacconi e cappotti, felpe e camicie al cinquanta: sebbene la visione mi abbia turbato, dato il momento di crisi, il primo giorno di saldi è sempre il primo giorno di saldi. E nemmeno io sono riuscita a sfuggire al richiamo, così, voltando le spalle al sacro dovere della correzione delle ultime verifiche del trimestre, mi sono fiondata al centro commerciale tal dei tali, uno dei mille che infestano la nostra bella terra. Qualche acquisto per la moretta che è cresciuta e le va stretto tutto, sia per misura che per stile (tanto è disinteressata all'argomento che mi delega, credo unica in Italia fra le madri di tredicenni, agli acquisti), poi via verso casa. Ma nel transitare davanti al suddetto capannone sono rimasta irretita, saranno state le luminarie ancora buone per richiamare le genti in questo depresso post-natale. Sono entrata, passando di fronte a un orrendo presepe di carta pesta, con il bambinello che sembra osservare i Re Magi ai cui piedi sono posti in modo un po' disordinato alcuni pacchi avvolti nella carta rossa del negozio, mi sono addentrata tra la folla che pazientemente, come se si trattasse di una condanna dura ma giusta, aspettava il suo turno per estrarre la carta di credito. Vagamente nauseata, però fermamente decisa a raggiungere la sezione "ulteriori ribassi", ho slalomato tra le file e mi sono diretta verso il sotterraneo. Ovviamente non ho trovato nulla, perché seppure in supersaldo tutto costa un'assurdità, sono tornata a galla, sono ripassata tra la gente in coda, ho preso l'uscita evitando di guardare i presepe e mi sono infilata in macchina tra le luci intermittenti che fanno da involucro ai tristi capannoni. Domani è l'Epifania, speriamo che la crisi induca meno amiche a inviarmi quegli stupidi messaggi allusivi e befaneschi.

lunedì 2 gennaio 2012

Io mi sto preparando, è questa la novità

Tredicesimo giorno di vacanza. secondo giorno del 2012, ennesimo giorno di vaga ansia. La moretta sta bene, ma a sbalzi, come sempre, senza novità di rilievo. Penso al 2011 dell'altro ieri, un anno loffio per me, ma, pensandoci, preoccupante. Che sia questo il motivo dell'ansia? E' da settembre che un pensierino sconveniente mi accompagna. Un anno scolastico iniziato di malavoglia, la mente occupata dalle medie della piccola e non dalle mie. Quelle della piccola vanno meno peggio del previsto, a parte alcune assurdità di cui però non mi voglio occupare. Le mie medie, le mie care bestiole della terza che ho covato con tanto amore per due anni, mi si stanno rincoglionendo a fuoco veloce. Sarà davvero che questa poca voglia loro la avvertano e mi ripaghino in questo modo? Oppure è il pensiero ridicolo di una prof ormai anzianotta un po' depressa, che tra l'altro scopre che deve lavorare una cifra di anni in più (proprio adesso che mi sta appannando la passione...). La prof di lettere che dice "i miei" facendo innervosire i colleghi delle educazioni che poi son così permalosi; quella che annuisce quando la collega, sempre di lettere ma meno reticente afferma che "si sa, la classe è plasmata da quella di lettere", quella che pensa che se le cose non vanno bene è colpa sua ma,ovviamente, se vanno bene è solo merito suo. Altezzosa, tanto che in Collegio si scopre che, udite udite, i libri si possono prenotare online dalle biblioteche in rete, esce irritata, per andare a bere un caffè, pensando che se non conoscono questa ovvia banalità è perché in quella c.. di scuola nessuno legge. E anche se nessuno lo sa (perché lei le cose non le dice, se non ai colleghi più intimi e questo per un insegnante è un grave peccato), lei la prenotazione dei libri online ai "suoi" ha insegnato a farla 4 anni fa. Loro se ne sono ben guardati dal farla poi per conto loro, ma questo è un altro discorso. Anzi no, è proprio qui si incista la depressione. Perché, che caspita, dove sbaglio se loro in tre anni non hanno capito che per imparare le cose che spiego con quella stramaledetta Lim, poi loro devono fare anche lo sforzo di aprire il libro? Perché cosa posso fare, quando leggo nella parafrasi di Foscolo "quello spirito che mi ruga dentro"? Oltre che mandarlo via sms alla prof di mate amica, per farsi due risate? O se speranza di vita alla nascita per loro significa "la percentuale di nascite morte o vive"? O se, quando chiedo un approfondimento, mi portano un testo che è il riassunto dei titoli del libro di testo? Quando va bene, non fanno nemmeno lo sforzo di togliere i link dei testi copincollati da wikipedia, che si vedono benissimo, perché sono blu!


Il problema vero è che non ho più tanta voglia di ridere e il pensiero maleodorante, alla fine tristemente ma banalmente, è che sto invecchiando. I ragazzi quest'anno mi irritano, mi hanno anche dato della troia a gratis su facebook, che ci sono rimasta così male (soffiata del Perfido che secondo me, oltre che fare la spia per mettere in cattiva luce i compagni l'ha fatto anche per ferire un po' anche noi. Sennò, che Perfido sarebbe?)
Però, dai, mancano ancora sei giorni di vacanza, il ministro è nuovo e si chiama Profumo, che è pure un bel cognome, non si sente quasi più parlare di Scilipoti, ho quasi finito di correggere le verifiche di geo (fanno schifo, ma pazienza). Ho perfino convinto il Tecnoco a occuparsi delle prossime vacanze, prima volta nella storia. Sì, il 2012 deve essere un anno all'insegna della speranza. Non penserò alla profezia Maya, all'Imu e all'addizionale Irpef. Adesso ci penso a cosa penserò per stare un po' meglio. Magari un corso di Yoga, scarico qualche lezione e alla mattina faccio la mia mezzoretta (che almeno l'orario di quest'anno me lo permette), mi fa male il ginocchio, ma fa niente. Ecco sì, dai faccio così.

martedì 19 luglio 2011

Miraggi in viaggio




Anche la vacanza dolomitica è stata un miraggio per molti anni, anche lei è arrivata con il suo bel ritardo. Quando ero piccina, diciamo adolescente, allieva del liceo "in" della città, gravemente oppressa da un irrimediabile senso di inadeguatezza, avevo compagni che sciavano. Allora lo sci non era preda delle masse e io andavo a Pietra Ligure in estate (sentendomi una gran figa perché mediamente gli altri del mio milieu andavano a Viserbella, per giunta in agosto), ma le vacanze in inverno erano qualcosa di impensato. I miei compagni di classe invece sciavano e nominavano posti come Pozza di Fassa, Madonna di Campiglio, La Thuile o Ponte di Legno (che ancora non aveva conosciuto i fasti bossiani). Quando finalmente anche il popolo ha preso possesso delle montagne innevate, eravamo a metà degli anni 70, io ero in prima linea e con il senso pionieristico che da sempre mi contraddistingue mi lanciai nell'impresa. Prima settimana bianca: Aprica, con sci rimediati non ricordo dove, ricordo solo che avevano quegli attacchi primitivi che si chiudevano facendoli scattare in avanti (con enorme sforzo tanto erano duri), scarponi coi lacci, guanti in pelle rinsecchita. Il resto dell'attrezzatura l'ho rimosso, per fortuna. Taccio sui risultati sportivi, anche se ho ancora in mente le cadute dallo skilift in neve fresca e la fatica nel riportarmi sulla pista per poter riacciuffare il gancio. Solo alla gita successiva capii che non era possibile risalire su uno skilift a metà percorso. Una roba penosa, quando si dice Fantozzi. Le gite domenicali con l'UISP, Unione Italiana Sport Popolare, divennero abituali e io imparai un po' a sciare. Anche gli sci e gli scarponi erano diventati meno assurdi. Ma la distanza coi compagni di classe era abissale: loro andavano coi loro papi e spesso addirittura le madri sciavano, si confrontavano in classe sui livelli raggiunti con il maestro (parlavano di una roba tipo stem cristiania, mentre il mio "maestro", il Tino della Polisportiva, mi aveva insegnato bene lo spazzaneve). E quando andavano con gite organizzate, lo facevano con Sci Club dai nomi quali "Fior di Roccia". Questo patetico amarcord solo per dire che le Dolomiti mi sono sempre sembrate una meta desiderabile. Poi, per una cosa o per l'altra, la montagna non ha mai fatto parte davvero della mia vita e un po' lo rimpiango. Le vacanze passate in questi posti bellissimi in questi ultimi anni mi ripagano, anche se il ritardo rimane. Tuttora non conosco queste montagne d'inverno. E certo si saranno alquanto imburinite, tanto che ho letto che il sindaco di Cortina ha dovuto dare il foglio di via a Lele Mora. Però una sciata da queste parti è in programma. Attrezzatura fantozziana esclusa.

sabato 4 settembre 2010

Il call center che è in me

Dovrei parlare di scuola, visto che il gran rientro è iniziato e già le prime arrabbiature e quel senso di vergogna, mista a impotenza, mi hanno guastato due pomeriggi. Ma non dirò i particolari, non parlerò di Suor Terry, di Primadonna, della Balena, del Ginnico Fancazzista, del Precario Saccente ecc. Dei bacetti sulle guancette abbronzate, degli sbadigli del primo collegio, delle vacue discussioni su problemi sempre più inesistenti (dove mettiamo le verifiche, le uscite da mezza giornata o da una giornata), perché quest'anno ho deciso che dedicherò meno bile alla scuola, se ce la faccio, meno chiacchiere da corridoio, meno quarti d'ora in sala prof, meno ... basta. Per il resto del lavoro nulla posso tagliare, anzi devo essere più produttiva e più efficiente nell'imparare ciò che devo.
Allora niente scuola, parlerò di una mia insana tendenza a farmi infinocchiare dai venditori telefonici, soprattutto quelli di servizi, ma sto peggiorando. Sono infatti arrivata ad accettare un appuntamento coi venditori di tappeti. Per poi farmi sgridare da Technoco che deve rimediare ai miei improvvidi rendez vous. Mi tocca poi non farmi trovare a casa, spiare dalla finestra, per non aprire a chi ha suonato il citofono, per vedere se sono loro che vengono a mostrarmi il tappeto o lavarmelo con l'ultimo ritrovato tecnologico in fatto di pulizia domestica. Non so dire no al venditore telefonico. Saranno i dieci anni di lavori precari che non ho dimenticato a impietosirmi...

martedì 2 febbraio 2010

Tanto per

Tanto per dire che ancora ogni tanto ci provo. Sono talmente assorbita da tutto, che le cose mi scappano. Il tempo scappa e non riesco a fare tutto quello che dovrei o vorrei. E poi sta tecnologia quanto te ne porta via? Clicchi, reimposti, perdi la password, tremila account che non funzionano mai. E il blog coi ragazzi che perdono la password a loro volta. E wikipedia e Lim e Power Point e Google. E web 2.0. Ma basta!

mercoledì 3 giugno 2009

Occasioni?

Quasi finite le relazioni, me ne manca solo una, rifletto sulla giornata di oggi. Ordinaria follia della scuola. Stamattina, da brava, mi presento in classe 5 ore prima del mio orario di entrata. Devo portare i miei geni all'incontro con l'altra classe nell'altro plesso per provare le letture per la giornata finale. Con il mio bravo progettino di quest'anno, portato avanti senza troppo entusiasmo né da me né di conseguenza e tantomeno dai ragazzi, non avrò certo la soddisfazione dello scorso anno. Ah, tra l'altro, 1000 euro ci siamo portati a casa con il video sul bullismo, roba che i ragazzi hanno chiesto perché non li hanno avuti loro i soldi, faceva 40 euro a testa. Era il progetto sulla convivenza civile, meno male...
Beh insomma, stamattina arrivo e loro si presentano senza materiale. Vabbè, mi incavolo come una bestia, poi ristampo i testi. Lungo la strada mi riempiono di amenità su Twilight, Guitar Hero, Angeli e demoni, l'Inter, Uomini e donne e poi non ricordo più. Perché, sebbene fossero rumori molesti, li ascoltavo sia per acculturarmi sia per vedere se sono capaci di arrivare un fondo almeno a un discorso.
Invece no, si sono accavallati, allegramente inconcludenti, interrompendosi a vicenda e iniziando sempre nuovi e più futili discorsi. Non uno che avesse in mente quello che stavamo andando a fare.
In mattinata mi sono toccati i soliti tour de force per completare gli inutili registri che anche quest'anno, come ogni anno, lascio riposare nel cassetto. Assenze di tutto l'anno, argomenti svolti eccetera.
Qualche ora di lezione delirante del penultimo giorno e poi convocazione da Suor Terry. Moby Dick me l'aveva anticipato: l'anno prossimo, evviva evviva, ci sarà una nuova prima a tempo prolungato, quindi con un organico maggiore. E l'anno prossimo mi offrono l'onore di rilanciare il tempo prolungato. Wow! Abbiamo pensato a lei perché è l'unica che ha la sensibilità e l'esperienza ...
Cioè me lo smollano, perché non lo vuole nessuno. Ora a parte la tristezza di questo fatto, cioè che alla fine non ci siano da sfogliare verze e quindi pensano a me; a parte che tempo prolungato ormai è un concetto privo di senso perché di compresenze non se ne parla; e a parte che alla fine avrò solo più lavoro... Ci penso un po' su, quest'anno è stato così duro e difficile, senza stimoli, con una terza tanto amata e così deludente; mi viene in mente che forse è l'occasione per ritornare a imparare qualcosa di nuovo, cerco in me quella spinta che alla fine mi portava sempre ad accettare di intraprendere strade più impervie. Faccio fatica a trovarla. Questa scuola è una continua disillusione, ma forse si può ricominciare a lavorare senza tener conto di tutto quanto di tossico arriva da dentro, da fuori e dall'alto. Suor Terry è brava a trovare parole giuste e buone, parla di risorse, offerta appetibile, rilancio della scuola, di occasioni. Ma ora la mia corazza ora è spessa. Bah, ci dormo su. Ma so che alla fine mi ci butterò.