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martedì 9 aprile 2013

Sole

C'è un filo grigio e triste che mi gira intorno, in questi tempi amari. Questa mattina è toccato spostare un evento festoso previsto a scuola domani, per onorare un papà scomparso. Ed è il secondo in un mese, nella stessa classe.
E altri papà nella nostra piccola comunità se ne sono andati, e figli adulti hanno pianto.
Due ragazzine, due compagne di scuola, si trovano da un momento all'altro orfane. E' una cosa che, specie in questi giorni, mi tocca molto.

Un ricordo lontano, di sere fredde, quando bastava un lieve ritardo nel rincasare di mio padre la sera per farmi temere. Mi affacciavo alla finestra e non rientravo finché non lo vedevo sbucare da dietro l'angolo del palazzo di fronte. Cosa mi mettesse tanta paura di perderlo, allora non lo sapevo. Mi ci sono voluti un bel po' di lettini e di quarti d'ora a guardare il soffitto dell'analista.
La vita adesso mi concede la fortuna di conservare un papà vecchio, da accudire e per cui provare tanta tenerezza, anche se so che non sarà per molto e mi si stringe il cuore pensare alle due piccole alunne, nonostante non le conosca. Diventeranno grandi, da sole affronteranno l'incredulità, il vuoto, il dolore, magari senza nemmeno sapere che nome dare a ciò che provano.
Ma io che sono cresciuta senza conoscerlo questo dolore, che ne so?
E chissà come erano questi papà? Se, come il mio, un po' lunatici e riservati, incapaci di imporre o vietare, ma capaci di essere d'esempio seppure sottovoce.
Diventare grandi, compiere il grande giro che ci porta a un certo punto a trasformarci da figli in genitori. Questo non succede a tutti, a me è capitato, alle due ragazzine no. Un privilegio poter attraversare questa fase in una vita, vecchi sentimenti che si riaffacciano con tinte del tutto nuove.




sabato 30 marzo 2013

Se me lo dicevi prima

E l'era tardi, l'era tardi in quèla sera straca per disturba' la gent.
Posso dire che Enzo Jannacci sia stato il mio primo autore di riferimento. Ho un ricordo nitido di serate in cui, nell'angusta sala con il buffet dal ripiano di cristallo verde e la specchiera, risuonavano le note riprodotte sulle bobine del geloso, registrate dalla tv svizzera. Canzoni struggenti, surreali, ironiche, che sono entrate nel nostro lessico musicale familiare. Che mi hanno fatto amare quella Milano che non avevo conosciuto, che intuivo dai racconti di mio padre, quella che si attraversava in bici per andare in fabbrica al capo opposto della città, là 'ndue el Navili l'è puse negher. Che mi insegnavano la topografia cittadina, dall'Ortica a Rogoredo, dalla Breda a Baggio.
Mi piaceva, molto prima di leggere il Porta, ascoltare la lingua paterna diventare poesia.
In una frase riassumeva il tedio e la tristezza di certe domeniche in bianco e nero "zero a zero anche oggi sto Milan qua, sto Rivera che ormai non mi segna più". Rileggendone i testi, dopo tanto tempo, riaffiorano, vivi, ricordi, affetti e stati d'animo.
Molto più che canzoni, sono state formative, evocative e il fatto che a mio padre piacessero tanto mi rendeva più care quelle piccole storie di periferia. Poi è diventato famoso, ma io ero già grande.
Se ne è andato e adesso so che gli volevo bene.

lunedì 24 settembre 2012

Broken clouds and rain

Sai quando risenti una canzone che hai ascoltato molte volte, quando eri ragazzina. Ti piaceva tanto e anche ora che la risenti, grazie a un più che amico blogger, è commovente. Guarda il cielo, sta per piovere, chissà se Jonathan Coe pensava a Neil Young quando ha dato il titolo a un suo meraviglioso romanzo. Ritrovi ora quelle note e quel testo, ora che hai appena saputo che il tuo vecchio prof di greco, che si era stancato della scuola da molti anni e si era dedicato alle sue passioni intellettuali diventando un noto critico e molto altro, non c'è più.
Eri piccola, il vecchio Neil e lui, il tuo sardonico e brillantissimo prof di greco, erano due punti di riferimento imprescindibili e parimenti, anche se in modo molto diverso, emozionanti.
E ti dispiace non aver assaporato i testi anche allora, perché non li capivi fino in fondo.
Alcuni sono destinati alla felicità, altri alla gloria. Alcuni sono destinati ad accontentarsi di poco, ma chi racconterà la tua storia?
Strano e triste ritrovare queste note proprio in questa sera d'autunno, ora il cielo... sta per piovere un'altra volta.


martedì 28 agosto 2012

Effervescenze

Era da qualche tempo che avendola adocchiata sullo scaffale delle acque minerali, giravo intorno alle polverine solubili per fare le bollicine. Mi ha stupito vederle ancora in commercio e con gli stessi marchi, loghi e confezioni di quando ero bambina: Idrolitina, Frizzina, Cristallina... All'epoca c'era anche la Idriz, adesso non so.
Oggi l'ho comprata e l'ho portata a casa soddisfatta. L'acqua di viscì! si stupisce il Tech. Vero! Anche la mia nonna la chiamava così.
Comunque, io ho preso la Frizzina e l'ho fatta subito. Ricordo che non mi piaceva più di tanto e, devo dire la verità, non è sto granché nemmeno ora, uguale ad allora. Erano decenni e lustri che non la bevevo ma il gusto è rimasto familiare, come se durante l'infanzia ne avessi assunta in quantità. Essere bambini negli anni Sessanta, due sorsi di acqua di viscì  hanno risvegliato sapori, odori, immagini e suoni sepolti, che sono tornati a galla, copiosi e precisi.
Il preparato si faceva prima di andare a tavola in quelle bottiglie con il tappo a molla. Le proprietà effervescenti erano di breve durata e dopo un po', se non la si beveva in fretta, l'acqua diventava imbevibile. Le bustine erano due, una rossa e l'altra blu, non ho memoria se andassero messe in un ordine preciso, però bisognava essere veloci a ritappare la bottiglia dopo la seconda bustina che sviluppava immediatamente l'effervescenza, facendo traboccare la bottiglia. Io la tappavo con il palmo della mano e l'acqua frizzava, procurando un lieve solletico. Ugualmente, però, particelle di gas e acqua sfuggivano e inumidivano i dintorni. Psscc...Guarda come buscia!! diceva il nonno, mentre la nonna ritagliava il punto sulla confezione, che poi buttava via perché non aveva la costanza di finire una collezione.
Nella casa dei nonni ho passato molta parte dei miei primi anni, uno dei tanti casermoni di ringhiera della periferia industriale milanese. In quel microcosmo fatto di voci, rumori, odori tutto era condiviso, nel bene e nel male. Dalle finestre uscivano gli odori di una cucina semplice, che sulla ringhiera si mescolavano e circolavano di piano in piano. La gastronomia popolare era modesta e semplice, gli ingredienti sempre gli stessi e, come dice il proverbio, zucca e melone la sua stagione (non c'era la grande distribuzione che fa produrre tutto in serra in ogni momento, in ogni angolo della terra). Il prezzemolo, più di ogni altro ortaggio, mi riporta a quelle estati, quando il suo profumo era tanto intenso da spandersi nell'aria di casa in casa. Riso e prezzemolo era una minestrina leggera e profumatissima che mi piaceva molto e, a quanto ne so, tutte le mamme la preparavano. Così come a tutti, la sera ogni tanto, se non si aveva voglia di cenare veniva concesso il caffellatte. E il bagno del sabato sera, con il profumo del borotalco e i capelli bagnati d'estate o le babbucce di lana d'inverno, precedeva il caffellatte e i cartoni animati sulla tv svizzera. E, già che sono in via di reminiscenze, il latte confezionato veniva venduto in sacchetti di plastica, fino all'arrivo del mitico tetraedro.

Tra la cucina di mia madre e quella della nonna c'era molta differenza, specie quando cucinava il nonno che preparava un minestrone speciale, ricco e pastoso, che faceva come una crosticina in superficie (ora so che era per la quantità di grassi che ci metteva, a lui piaceva con il lardo...), di tanto in tanto, quando il grana era agli sgoccioli, con le croste di formaggio abbrustolite. I piatti erano sempre quelli: pastina col dado e talvolta con il formaggino sciolto, riso e latte, minestra la sera. Pastasciutta a mezzogiorno. Il secondo, sempre di carne, a ogni pasto. La bistecchina al burro sempre, quella della nonna con tanto tanto burro. I principi della sana alimentazione erano lungi dall'essere conosciuti e fare la scarpetta con il burro cotto rimasto nel piatto non era peccato. Sempre in tema di dieta salutistica, in casa di mia nonna circolava parecchia mortadella, che qui si chiama La bologna
Non erano delle gran cuoche le donne di casa mia, nemmeno l'altra nonna, che però era brava a fare la pasta sfoglia, il ripieno del cappone a Natale e le chiacchiere a Carnevale.
La domenica, per anni, anzi decenni, risotto allo zafferano e, ovviamente, il lesso, il prezzo da pagare per il brodo. Solo dopo molti anni ho scoperto che il lesso può essere davvero sublime. Ma se ci penso, in fondo il lesso di mia madre mi piaceva un bel po'.
E le sere d'estate il ghiacciolo o, se andava di lusso, l'anguria al circolo delle bocce. La finestra della camera della nonna affacciava sulla bocciofila, e da oltre le persiane semi accostate giungevano i rumori fruscianti e poi secchi delle bocce. Guardavo fuori, nel cono di luce del lampione attraversato da centinaia di falene e godevo del bel caldo, mai così afoso. Non pensavo a diventare grande.
Forse nulla mi lega al ricordo di quella casa quanto il suono delle palle che bocciano o l'odore, oggi scomparso alle nostre latitudini, del sapone di Marsiglia misto al cemento del lavatoio.
Mi blocca la consapevolezza improvvisa di aver vissuto un tempo in cui molte famiglie non possedevano una lavatrice, mi pare quasi assurdo, eppure sì, è così, anche se negli ultimi anni il lavatoio non veniva più usato perché l'elettrodomestico fondamentale era finalmente arrivato anche lì.
Poi cambiarono casa, la nonna si ammalò e il nonno, rimasto solo, continuò a farsi il suo minestrone col lardo. L'acqua di viscì era scomparsa, sostituita da quella in bottiglia verso la quale lui nutriva poche simpatie, così come per il latte confezionato, la cui produzione nel frattempo si era differenziata nelle varie tipologie. Quando gli si chiedeva come lo volesse, lui rispondeva: "Di vacca!"

Quei ballatoi, oggi un po' fatiscenti e in attesa di una ristrutturazione, sono ora abitati in gran parte da stranieri. Non ci sono più entrata, anche se ogni volta che passo per quella strada getto uno sguardo a quella che era la nostra porta, al secondo piano. Gli odori saranno diversi e i cibi provenienti da luoghi e distanze a quei tempi impensabili, e chissà se gli usci saranno, come erano allora, aperti. Chissà.

mercoledì 4 luglio 2012

Illusione di viaggio

Incrocio un visetto bruno, gli occhi lucidi e intelligenti, i denti bianchissimi e i baffetti incipienti. È in segreteria con una donna, forse la mamma adottiva (mi fa sempre piacere pensare così, mi sostiene e incoraggia sulla difficile strada intrapresa). Chissà se sarà un mio prossimo alunno. Non ha ancora perso l'abitudine di fare no con la testa per dire sì. È qui da poco e, anche se non l'ho sentito parlare, mi figuro che abbia, come tutti gli indiani, quel modo buffo di far sbattere la lingua sul palato ed emettere dei suoni che dovrebbere essere dentali ma diventano palatali. Se sarà mio alunno, ci sarà da lavorare un ascco. ma  non lo sarà, apprendo. Peccato.
Improvviso mi assale il ricordo di un viaggio lontano, che da anni attende di essere rivissuto.
Sarò banale, ma in India il viaggio è soprattutto sensoriale. Quello che conservo sono gli odori, i rumori e ovviamente i colori, si gira per il paese in questo perenne stato di stordimento, perché tutto è stupefacente. A ogni posto visitato associo un profumo e un colore.

Siamo a Cochin, vicino alla borsa delle spezie, dove decine di uomini nei loro bianchi kurta si sbracciano, una piccola wall street in cui però si scambiano cannella e anice stellata, cumino e noce moscata. Ma in questa strada silenziosa, poco distante dalla sinagoga della ricca comunità ebraica di Cochin, le loro urla non giungono. La piccola stanza è in penombra, direttamente affacciata sulla strada, la porta è socchiusa e la curiosità mi impedisce di passare oltre. Entro di soppiatto: c'e un uomo che sonnecchia tra pareti di un incredibile color indaco, appggiato a una montagna di zenzero che lo circonda e lo sovrasta.

A Madurai alloggiamo in una stanzuccia all'ultimo piano di un albergo, i letti sono minuscoli e la temperatura è allucinante. Ma, una volta usciti sul terrazzo (la guida lo consigliava  per quello) la vista è scioccante: il tempio è enorme e vicinissimo, con le sue gopuram, le alte e coloratissime torri poste ai quattro punti cardinali. Poco dopo il nostro arrivo, dalla strada sale prima piano e poi sempre più forte, un ipnotico richiamo. Come i topi del pifferaio magico, scendiamo di corsa per non perdere quello che sta accadendo. Ai piedi dell'incredibile tempio dedicato a Parvati, il suono di tamburi accompagna la processione della buonanotte alla dea: siamo a piedi nudi e la sabbia delle strade interne del tempio è ancora calda, nonostante sia già calato il buio da un paio d'ore. I suonatori di tamburi, magnetici e sensuali, me li ricordo bene, perchè erano ecisamente belli, con la pelle bruna e lucida, rischiarata dalla luce dei ceri accesi in onore della moglie di Shiva.
Nei templi gli odori sono nauseanti, il dolciastro profumo dei fiori offerti si mescola a quello di urina e incenso, di cocco e verdure fritte.
Ricordo l'ultimo viaggio in treno da Mysore a Bangalore. Profumo di cipolle e monaci tibetani. I venditori di caffè a decine intasano le carrozze col loro cantilenante annuncio: copi, copi... nuvole di aromi diversi si mischiano, passano uno dpo l'altro i ragazzi delle pakora, le portano su un vassoio coperto da uno strofinaccio lercio in qequilibro sopra le teste dei passeggeri che affollano il trenoa; noi, nasi poco allenati, li troviamo tutti uguali, ma loro assicurano che ogni famiglia ha il suo masala, la sua miscela di spezie segreta e la ricetta della mamma è certamente la migliore.

Alla stazione di Mumbai la bolgia assume dimensioni a noi sconosciute. I gruppi di famiglie, a centinaia in attesa di prendere il treno, sono accampati ovunque. All'ingresso della gigantesca sala di custodia bagagli vedo subito un cartello che ritrae un enorme topo intento a ispezionare una valigia: "don't leave food in your baggage!" ammonisce in cartello. Infatti non tardiamo a vedere i rattoni che zampettano sui binari.
Ma il cibo è ovunque e i topi lo sanno bene: l'inconfondibile odore degli hamburger di Mac Donald, che comunque c'è, è coperto da quello dei gustosissimi snack in vendita alle innumerevoli bancarelle di street food. Il chai è meraviglioso e io ho provato per anni a rifarlo, comprando gli ingredienti, cannella, chiodi di garofano e cardamomo, persino il latte concentrato. Ma niente, non sono mai riuscita a riprodurre nulla di simile al te indiano, bevuto ovunque sui treni, nei ristoranti, dai rivenditori per strada.

In un viaggio a ritroso tra i sensi, ritrovo il profumo del cotone, quello che anche qui si sentiva nelle mercerie e che ora non esiste più. A Mysore, in un negozio di tessuti enormi rotoli di stoffe sono esposti ordinatamente, formando un bel mosaico di colori. E al banco delle stoffe preziose, due donne sono impegnate nella delicata scelta della rossa seta per un sari matrimoniale.
Nei mercati dove lo zig zag tra i mucchi di verdure accatastati ti conduce dalla venditrice di spezie, che ha creato alti coni gialli di curcuma o arancioni di zafferano che è impossibile non fotografare. O nel negozietto di oli essenziali e bastoncini d'incenso, dove si trova un micidiale olio dalla composizione segreta, ma dall'inconfondibile odore di canfora, per guarire il raffreddore e il mal di testa.
Beh, certo l'India è anche odore di benzina dei milioni di risciò, motorini, camion e autobus che sfidano ogni minuto le leggi della strada. Odore di pesce marcio delle nere spiagge urbane di Mumbai, di immondizia e escrementi di vacca per strada. Di sapone, fumo e fango del Dobhi Gat, l'impressionanete quartiere dei lavandai di Mumbai, dove si lavora oltre i limiti dell'umano per lavare e stirare i milioni di panni di questa infernale e inteminabile città.
Ecco, emergono alcuni flash. E dato che al tempo non avevamo ancora la macchina digitale (è incredibile come un decennio possa sembrare un secolo nell'era della tecnologia) mi restano solo diapositive che attendono di essere digitalizzate.
Tutto per dire che mi manca un bel viaggione.

lunedì 11 giugno 2012

L'introvabile meta

Sabato sera ho visto la mia amica Ada, che abita a Roma e che ho perso un po' di vista. Io e lei abbiamo fatto la stessa scuola, abbiamo vissuto insieme tre anni e abbiamo riso fino alle lacrime chissà quante volte. Insieme abbiamo coltivato e contrastato il nostro Gino, quell'essere interiore che ci perseguitava fin da quando eravamo adolescenti e che ci faceva sentire inadeguate in ogni occasione.
Lei ha una guida spirituale, una specie di santone, ma se sa che lo chiamo così si arrabbia. 
Un maestro indiano che gira il mondo e che insegna un metodo "per guardare dentro di sé e trovare la felicità".
C'è stato un tempo in cui ero molto infelice, adesso mi sembra un'altra vita. Mi mancava tutto, figurarsi se potevo guardare dentro di me e trovare la felicità. Eppure lei ogni volta che tornava a casa dagli incontri in cui ascoltava il messaggio del santone, camminava su un cuscino d'aria dorata. Stava scoprendo piano piano un sacco di cose. 
Io su una cosa simile avrei dovuto superare mille barriere di scetticismo. Rispetto a tutto ciò che è vagamente new age (la definizione è forse superata) sono sempre stata un po' ambivalente, non liquido frettolosamente la cosa, ma mi muovo con circospezione.
Però di lei mi potevo fidare e anche la sua parte razionale era sempre stata vigile.
Allora ho cominciato a frequentare anche io quel gruppo, tutte persone normali, non particolarmente fulminate ma tutte innamorate del santone e del suo messaggio. 
Quello che veniva richiesto era l'assiduità della frequenza agli incontri, niente soldi, niente cose strane. Per mesi e mesi, tutte le settimane andavo ai miei bravi appuntamenti a vedere e ascoltare Lui. La mia amica mi faceva discretamente da tutor, io però non riuscivo a entrare veramente nel solco del messaggio. Mi piacevano, sì, le cose che diceva: viaggio alla scoperta di se stessi, fare esperienza con il proprio mondo interiore, ascoltare il cuore... E poi c'era il mistero, perché il metodo segreto mi sarebbe stato rivelato solo alla fine del percorso. 
Ma innamorarsi era un'altra cosa. Le mie difese erano torrioni.
Avrei partecipato, insieme a tutti quelli che arrivavano in fondo con perseveranza e fede, a un grande evento in qualche grande città d'Europa e avrei avuto la rivelazione, in un'estasi corale. 
Ada, in visibilio, mi parlava di quel momento magico, quello in cui le tecniche vengono passate ai nuovi adepti. Attraverso quelle tecniche, praticate ogni giorno, lei stava affossando il suo Gino.
Io la ascoltavo e mi chiedevo quando anche io sarei finalmente arrivata al feeling giusto. La cosa che mi turbava di più era la richiesta di esclusiva devozione al Maestro, nessun'altra voce doveva interferire. Io sono sempre stata un po' allergica all'idea stessa di maestro, ma ho voluto proseguire il cammino. In più c'era una cosa che a me, razionalona, non andava giù: per stare bene, bisogna "disfare" le cose che si sanno, bisogna decostruire, disimparare. La semplicità è il segreto di ogni cosa.
 
Tutto era strano perché non era, come potrebbe sembrare, una setta, ma una moltitudine variegata e internazionale di persone, anche colte e ricche, che aveva un suo fascino. 
Insomma, alla fine mi sono "diplomata" a Roma. Quel giorno in effetti fu emozionante, mi sentivo in una bolla, insieme a un sacco di altra gente. Il grande momento era arrivato: il Maestro, nel suo vestito bianco, piccolo e lontano, in una grande poltrona, in un semplice ma solenne raduno ci passò l'essenza della sua filosofia, le famose tecniche. Mentre mi concentravo per metterle in pratica, ero un po' incredula e, pur non volendo ammetterlo a me stessa, una vocina importuna diceva "Tutto qui?"
Comunque, alla fine ero molto fiera di me e piena di buone intenzioni. Ada e il suo fidanzato, nonché quella che era diventata la mia estetista-amica, erano i miei fari nella notte.
Ora avevo le tecniche, non restava che mettermi lì mezzora al giorno, e praticarle.
Ada, ovunque si trovasse, non poteva mancare il suo appuntamento con la pratica quotidiana, come raccomandato da Lui. 
Io con incerto entusiasmo muovevo i miei primi passi nel mondo della conoscenza. Dopo giorni e giorni di diligente applicazione non mi succedeva assolutamente nulla. I pensieri si affollavano nella mia meditazione, mi sembravano delle nuvole di passaggio, il respiro mi accompagnava come una musica. Era bello, ma nulla che assomigliasse all'eden che mi aspettavo. Forse, come altre volte, non sapevo cogliere le magie più semplici e dal Maestro non avevo imparato nulla. 
Aspettavo e mi chiedevo cosa stessi sbagliando. C'era un momento, mi avevano raccontato, in cui l'universo si spalanca e capisci cosa sia davvero la pace interiore. E quella semplicità, fatta di nulla, solo di quello che c'è dentro di te, si chiama felicità.
Ecco, era roba grossa, per cui si capisce la mia delusione quando ho scoperto che dentro di me non c'era un bel niente. O almeno io non lo trovavo. 
È durata qualche mese. Poi mi sono stufata e sono venuti altri tempi. Ada non mi ha mai chiesto come sia andata l'esperienza. Non ha funzionato, lei lo ha capito e fine. Non è roba per tutti. 
Però, l'altra sera al grande evento del Maestro in città ci sarei andata, non fosse stato per le mille e una cose da fare a casa e a scuola. Certo, per trovare la pace interiore, quello che si deve a fare è proprio riuscire a mettere da parte tutto il mondo esteriore. 
Qualcuno ce la fa.

sabato 28 aprile 2012

Tanto glam per nulla

"Eat, drink and shop", questo si è inventato il redattore di una nota rivista di arredamento, uscito in edizione speciale in occasione del Salone. Sull'ultimo punto, lo shopping, mi sono già espressa; sui primi due non ho nulla da dire, tranne l'incipit della prima inserzione che leggo: “stufi di showroom, eventi glam, sushi e aperitivi? Prenotate una cena in una piccola oasi cittadina, un'idea poetica e nuovissima, per cenare nel verde, in mezzo ai profumi della primavera...”. Dove? Sul Naviglio. Sarà... l'idea comunque, un ristorante con l'orto, pare carina, anche se definirla nuovissima mi pare eccessivo, dato che ormai un orto chi non ce l'ha? Ho provato anche io a farne uno sul balcone, prima che diventasse tanto trendy. A me piace ogni tanto leggere cosa succede in città, per poi non andare a verificare la veridicità delle marchette dei giornali. Milano è una città talmente e ridicolmente cara, che la maggior parte dei posti è inavvicinabile e anche quando ti avvicini, l'aria dei tuoi vicini di tavolo è insopportabilmente snob o carina di quel carino fastidioso, da milanese. Chissà se anche a Berlino i redattori delle riviste glam sono tanto fatui, là aprono un locale al giorno. Ma poi, un tedesco può essere definito glam? Ho qualche dubbio. Nei miei lunghi anni di precariato (ma allora non si chiamava così, eravamo banalmente dei supplenti e nessuno parlava di noi con la partecipazione che c'è ora ed eravamo ben più sfigati. Chiusa parentesi.), c'è stato un tempo in cui ho rischiato di lavorare nell'editoria di settore, la pubblicistica specializzata. Quella per cui trovai l'ennesimo contratto pacco era la redazione di un mensile (con uscite alquanto irregolari, ma non andava in edicola) per mobilieri brianzoli, per il retail, dicevano loro. Per me era un mondo nuovo e non sapevo fare quel lavoro, ma allora mi lanciavo, una misteriosa fiducia in me stessa, che potremmo chiamare incoscienza o indigenza, mi spingeva. All'epoca il Salone del Mobile e il Fuorisalone erano eventi per addetti ai lavori, oggi sono un evento tout court per la città. Erano i tempi in cui l'Ikea era ancora un fenomeno quasi chic, mentre oggi ci trovi le famigliole a trascorrere il week end. Le altre della redazione riuscivano a imbastire un pezzo di duemila battute per descrivere un lavabo. Io le invidiavo un po', non solo perché riuscivano a sciorinare tonnellate di frivolezze e carinerie su un pouf del tal designer, ma anche perché a ogni presentazione di prodotto si portavano via di tutto, oggetti e accessori, di cui avevano piene le case. I produttori sono sempre munifici coi giornalisti, chiamiamoli così e la caratteristica principale di questi ultimi, soprattutto di questa particolare sottospecie, è la faccia di bronzo. Si tratta perlopiù di signorine di buona famiglia, carine e spigliate, che diventano con gli anni le tipiche sciure milanesi, magari arrivate grazie a un buon matrimonio. Una di loro era sposata con un politico che in seguito è diventato sottosegretario. Io ho fuggevolmente assaggiato le delizie di quel mondo e ancora oggi possiedo, grazie a quella memorabile esperienza, una pentola, due fodere per cuscini (avevo avuto in regalo la stoffa e mia madre poi ne ha ricavato delle fodere), qualche libro. E forse, se non avessi lavorato lì, a Berlino non mi sarebbe venuto in mente di visitare il bellissimo Archivio del Bauhaus. Per cui a qualcosa è servito. Mi ero addirittura accordata con quella che mi era sembrata più simpatica per andare in vacanza in India. Lei voleva andare a Chandigar a visitare la città di Le Corbusier, io avevo in mente altro, stavamo contrattando sulle mete e avevamo già prenotato il volo, quando lei ha incontrato un tipo, un brutto e noioso ragazzo neo ingegnere, e mi ha mollato con il mio biglietto aereo pagato. Mi sono sentita molto dentro una di quelle lettere che si scrivono ai settimanali femminili per un parere su come comportarsi in quella o quell'altra circostanza. Avrei potuto andare ugualmente, ma non l'ho fatto. Chissà se la mia vita sarebbe diversa... A ogni modo, la rivista navigava in cattive acque e dopo un po' cambiò direzione. Io volai felicemente verso altri lidi e altre avventure nel magnifico mondo della paraeditoria.